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In memoria di mio zio, il comandante Azor (7per24.it 23.04.15) ( La Libertà 25.04.15) (Prima Pagina 25.04.15)

Settant’anni fa, poco prima della Pasqua del 1945, il comandante Azor veniva catturato, processato e ucciso. Non si conosce il giorno preciso della morte ma in base ai documenti che puntualmente inviava e ai racconti dei partigiani si presume che mancasse un mese circa al 25 aprile. Fu un atto tanto crudele quanto immotivato, l’uccisione di un innocente e di un compagno di lotta, coronato dall’occultamento del corpo che venne ritrovato poi dagli amici, nell’agosto dello stesso anno, in un bosco. Le scelte coraggiose di Mario Simonazzi (Azor) furono sempre coerenti con la sua formazione cristiana, prima familiare e in seguito consolidata con la frequentazione del collegio San Rocco, sotto la guida di don Dino Torreggiani. Il suo primo impiego fu alle officine Reggiane, cui seguì il trasferimento a Roma nella Regia Aeronautica. All’8 settembre risale la scelta di non aderire alla RSI e di darsi alla lotta partigiana. Per un giovane poco più che ventenne, e per altri come lui, il paradosso fu quello di sconvolgere i propri schemi di pensiero per abbracciare una follia. Il suo contributo generoso alla lotta di Resistenza, si può infatti comprendere unicamente nella logica della gratuità. È questa una parola che racchiude i valori più grandi, di libertà, di giustizia, di solidarietà e senza la quale questi perdono il significato originario. Gratuità: una parola che sovverte la vita proprio perché sta all’origine della vita stessa. Valore comprensibilmente trascurato già nel primo dopoguerra quando, per citare La Nuova Penna,“pochissimi erano disposti a sacrificare qualcosa per un bene che non si può né mangiare, né chiudere in cassaforte”. Tanto più in una società, la nostra, abituata a fare il prezzo di tutto nel timore di travolgere le regole economiche nelle quali siamo imprigionati e che ha quasi completamente dimenticato l’origine del “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Eppure ciò che diede linfa e concretezza a tutta la lotta di Liberazione si può inquadrare nella dinamica del dono vissuta a vari livelli. Fu la resistenza civile nata dall’impegno di ciascuno a riscattare e salvare la casa comune dei valori, concretizzata in una disponibilità che si faceva accoglienza. Nei venti mesi della clandestinità mai fu negato un pasto caldo ai giovani che si erano dati alla macchia, o l’ospitalità per passare la notte. Le donne preparavano abiti caldi per i partigiani che dovevano resistere al freddo della montagna, qualcuno metteva a disposizione la propria bicicletta e i più benestanti i propri averi. In quel frangente non si pensava al valore di ciò che si offriva quanto piuttosto al valore più alto della libertà. Eppure, ogni celebrazione del 25 aprile si riempie di retorica, esaltando un’affinità e un comune sentire che si fatica a riconoscere nella realtà di coloro che sostengono di fondare le proprie radici nella Resistenza. L’eredità di cui ci si fa carico ad ogni festa della Liberazione è disattesa se si pensa alla distanza che corre tra i nostri eroi che hanno dato persino la propria vita senza averne un tornaconto, e una classe dirigente che ha fatto del proprio interesse personale il cardine del proprio agire. Il paradosso di quei giovani che oggi in varie occasioni verranno ricordati ha ben poche affinità con gli oratori di turno, ai quali vorremmo sentir pronunciare le parole del Solitario, che si spese per una battaglia senza esclusione di colpi:“Nell’istante prima del tramonto mi prenderebbe una sola nostalgia: quella di aver poco donato”. Questa è la natura più nobile della lotta sulla quale si dovevano costruire le fondamenta di una società più solidale e attenta alle disuguaglianze sociali. La situazione attuale è frutto di scelte che sono andate all’opposto nel corso degli anni e che vedono ora – non solo a causa della crisi- un paese in sofferenza. Avremmo bisogno anche oggi di qualche eroe della Libertà capace di gesti di gratuità, incurante di trovare incompresa la propria verità. La Verità, si sa, non si avvale della democrazia. “È giusto che ve lo dica: ai vivi non spetta alcun diritto se si perdono sul campo i diritti dei morti. Ai morti non spetta alcun diritto se è violata la verginità delle parole! Quando la sofferenza dei morti si fa merce talismano o icona proclama o medaglia, maledetto sia quel giorno e venga il diluvio! Gli eroi, nel vero senso della parola, muoiono senza aspettare una parola.” (Naguib Surur) Alla memoria di mio zio. Daniela Anna Simonazzi

Pubblicato il 24/4/2015 alle 12.23 nella rubrica diario.

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