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Gallinari adieu tra il pianto delle prefiche della rivoluzione (7per24.it 20.01.13)

Tra i messaggi in ricordo di Prospero Gallinari, mi ha fatto riflettere quello che i giovani dei centri sociali hanno voluto mettere in evidenza del loro compagno : la coerenza. Parola che di per sé non si può definire positiva o negativa, in quanto si può essere coerenti a ideali giusti ma anche a ideali sbagliati. Coerenza è un termine molto presente nel dibattito intorno agli anni di piombo, meno presente invece la parola onestà, intesa come capacità di cambiare il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Sicuramente Gallinari è stato coerente, lo racconta lui stesso nelle varie interviste e video disponibili in rete, come ad esempio Brigades Rouges, doppiato dal francese, dove parla delle sue origini contadine e della nascita del gruppo armato. Coerente anche a quegli ideali rivoluzionari portati avanti dal nucleo più duro e violento della lotta partigiana, dal quale presero ispirazione lui e i suoi compagni. L’uomo che attraversò indenne gli anni più bui del terrorismo, è stato trovato in una fredda mattina d’inverno, accasciato nella sua auto privo di vita. Per una misteriosa coincidenza anche lui come Moro, come gli agenti della scorta, a bordo di un’ auto. Non con il corpo crivellato, non dopo una prigionia di 55 giorni in un loculo, bendato, in attesa del colpo alla nuca. Il suo cuore ha smesso di battere a 62 anni. Qualcuno disse che il “duro” Gallinari dopo l’ultimo saluto a Moro pianse. Viene da pensare che non sia così vero che in lui non ci fu mai un pentimento. Ultimo atto della sua vita, la donazione di quell’organo determinante per focalizzare le immagini. Immagini che avremmo voluto sentire raccontare, per un desiderio di verità, ma un patto a noi sconosciuto ha impedito che questo si avverasse. Gallinari non può essere l’eroe di una lotta giusta, come qualcuno ancora oggi ha avuto il coraggio di rivendicare, ma piuttosto un uomo che ostinatamente ha voluto tener fede a un’ideologia sbagliata: un perdente. Mi auguro che i giovani non travisino il messaggio e non si lascino strumentalizzare. Tristezza per la morte prematura di Gallinari, non spetta a noi giudicare la persona, ma le sue azioni e quelle dei suoi compagni non si possono valutare senza tenere conto delle ripercussioni che hanno avuto su tante famiglie, rimaste nell’ombra. Per chi ha seguito il dibattito in anni recenti, la sensazione è di sconfitta. Quello che manca oggi a tutti noi, alla comunità civile, alle famiglie coinvolte, è un pezzo di verità. Avremmo voluto sapere di più, ma quel di più, per ora, ci è stato negato. È ovvio che il bersaglio della follia dei terroristi era sbagliato. Pasolini disse che i veri “figli del popolo” erano i figli delle vittime. Non hanno mai chiesto nulla, sono rimasti in silenzio, di fronte a un paese che sembrava avere smarrito la ragione. Non si mette in discussione la possibilità dei terroristi di rifarsi una vita a fine pena, ma ci si sarebbe aspettata la capacità di stare un po’ in disparte, almeno per non riaprire le ferite. Perché mentre ai terroristi è stata data la seconda possibilità, il “fine pena mai” è stato applicato alle famiglie. Mai un rimorso, mai una parola di compassione per le mogli che hanno dovuto crescere i figli senza suscitare desideri di vendetta. Al contrario, il silenzio sui protagonisti della lotta armata non è mai calato. Da giovani terroristi che cercavano la rivoluzione hanno trovato il successo. Sono diventati protagonisti della scena pubblica, opinionisti nei dibattiti, spesso in competizione tra di loro per rivendicare chi fosse il più grande. Hanno scritto libri, hanno fatto film, hanno partecipato a trasmissioni, a convegni, hanno parlato, parlato, parlato…ma non hanno detto. Questo “non detto” è l’eredità che ora i difensori di una fede fallimentare andranno a raccogliere, se pensano di coltivare la propria rivincita ideale nel solco di un’ingiustizia fatta ad altri. Ieri, guardando le immagini dell’ultimo saluto a Prospero Gallinari, il momento nel quale tutti noi ci rendiamo conto della vacuità delle parole, tra orazioni, pugni chiusi e rosso imperante, l’ultima parola dal creato: una bella nevicata, candida e silenziosa, a mitigare il tutto.
Daniela Anna Simonazzi

Pubblicato il 2/2/2013 alle 18.10 nella rubrica diario.

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