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Malick Sidibè, grande fotografo africano invitato a Reggio per catturare il reale( www.reggio7.com 11.05.10)

Con Malick Sidibè, è l’“incanto dell’Africa” ad essere in mostra a Reggio Emilia per la quinta edizione di Fotografia Europea. Il più importante fotografo africano vivente, è arrivato domenica alla Collezione Maramotti  per scattare alcune fotografie ai visitatori. Accompagnato dalla moglie, avvolta in un coloratissimo abito maliano, Malick, si regge col bastone ma è sorridente e caloroso con tutti, come la terra che lo ha visto crescere ed invecchiare. Al centro della  mostra  “La vie en rose” è stato allestito lo “Studio Malick”, in tutto simile all’originale aperto nel 1960 a Bamako, mai abbandonato nonostante la notorietà . Ottimo il lavoro delle curatrici per ricreare l’atmosfera che solitamente circonda il  fotografo nel suo lavoro, è il caso di dire che rispetto allo studio originale manca soltanto la polvere: “la ricchezza del popolo africano” ama puntualizzare Sidibè. È interessante osservare come Malick si avvicini quasi con devozione all’obbiettivo e sia molto risoluto nell’indicare alle persone la posa per il ritratto: “prima le mamme e i bambini” mette in chiaro, poi “attention…souriez” e il ritratto è fatto. Attraverso i 5O scatti  esposti per la rassegna, racconta di una terra che è soprattutto colore e lo fa usando rigorosamente il bianco e nero, perché a suo parere solo così le immagini sono “senza inganno”, più sincere ed autentiche di qualsiasi parola. In queste fotografie è raccontata la Bamako degli anni 60 e 70, le feste, i giovani, la voglia di vivere e di guardare con fiducia all’avvenire. Nell’osservarle sembra di sentire la musica e i ritmi africani, sottofondo naturale al lavoro di un uomo che ha scritto, nero su bianco, la storia del suo paese attraverso le immagini. Malick rappresenta con la sua arte un’epoca, la sua gente, che pur non vivendo nell’abbondanza mostra una grande dignità, lo si nota dalla cura che ogni persona ha nel porsi di fronte all’obbiettivo, con abiti decorosi e che si ispirano alla moda . È il forte legame che questo anziano signore ha con la sua Africa,  un paese che Malick non vuole rappresentare  solo come luogo di dolore, a rendere il personaggio ancora più interessante. Non sarebbe più logico, secondo i criteri attuali, dopo avere guadagnato la fama, il denaro, aver girato il mondo, aprire uno studio a Parigi, Londra o New York anziché rimanere in una lontana città del Mali? Fortunatamente, per Malick le logiche sono altre e la sua semplicità ci fa ben sperare che l’Africa abbia mantenuto quel patrimonio culturale e di valori ormai rari nel mondo occidentale. In questo desiderio, le sue parole ci rassicurano: “La fotografia non mente. Io credo al potere dell’immagine, per questo ho passato tutta la vita a ritrarre le persone nel miglior modo possibile. Perché la vita è un dono di Dio ed è migliore se la si affronta con un sorriso”. Veramente una bella persona Malick, non erano moltissimi domenica ad accogliere una figura importante per la storia della fotografia internazionale, l’unico nel settore ad avere ricevuto il Leone d’Oro alla carriera, nome noto anche per le pubblicazioni dei suoi libri in Europa, Stati Uniti e Africa. È vero, le proposte sono tante ( forse troppe) poi si tende ad inseguire i grandi nomi ( Malick Sidibè è un grande nome). Grazie  alla Collezione Maramotti  per averci fatto incontrare questo vecchio saggio della macchina fotografica, senza la ressa dei vernissage più chic, in un contesto più autentico, simile ai suoi numerosi reportage di feste, battesimi e matrimoni. E pensare che quando nella capitale malese c’è un avvenimento importante e Malick Sidibè  non può partecipare viene spostata l’ora o anche il giorno dell’evento pur di averlo e per la gioia di essere fotografati dall’artista, ma si sa paese che vai, gente che trovi … o non trovi.   

 Daniela Anna Simonazzi

 

Pubblicato il 29/1/2011 alle 19.13 nella rubrica diario.

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