Blog: http://lanuovapenna.ilcannocchiale.it

Il 25 aprile reggiano ( www.reggio7.com 24.04.10)

Il 25 aprile è giorno di festa, Festa della Liberazione, ciascuno è libero di trascorrerla come crede, in solitudine o in compagnia, a patto di fare memoria di quel lontano giorno del ’45 è libero di non dover scegliere se andare ad un corteo dove prima si va uniti poi ci si divide (dèjà vu), accade in un paese della bassa reggiana e non è un inedito Guareschi ma una situazione reale grottesca nella quale l’astensionismo sarà  indice di buon senso. Tra l’altro, le possibilità per festeggiare non mancano le associazioni partigiane hanno iniziative ovunque: biciclettate per la Liberazione, maratone per la Resistenza, camminate, escursioni, gare di bocce e canottaggio, a Parigi l’ANPI propone un picnic per i partigiani e a Bruxelles organizza un Freedom & Liberation Party. Là dove i cortei, i discorsi (o comizi) dal palco e le iniziative culturali vedranno presenti i soliti affezionati, puntare sulle attività ludiche e sportive per poi concludere con una grande abbuffata raccoglie sicuramente maggiori consensi. Si compensano così le piazze semideserte con i parchi popolati da: maratoneti, escursionisti e cicloamatori prestati al barbecue. Al di là di tanti discorsi sul 25 aprile come festa condivisa, pesano sulle nostre spalle sessantacinque anni di riti consolidati attorno ad una celebrazione che dovrebbe coinvolgere tutti ma, in terra reggiana  particolarmente, ha sempre avuto a cuore una sola parte. In questa evoluzione (o rivoluzione) mancata, un peso notevole lo hanno avuto le istituzioni, delegando la responsabilità della memoria quasi esclusivamente alle associazioni partigiane, organismi con un forte potere (elettorale), che hanno fatto propria un’eredità frutto del sacrificio di molti e degna di un contesto culturale di più ampio respiro. È innegabile che in questa situazione di fatto le lacune siano evidenti: nelle formazioni partigiane le componenti erano diverse, non tutti indossavano il fazzoletto rosso, c’era chi lo portava tricolore ma non per questo si risparmiò nella lotta, ci furono i militari con i loro 87.000 morti, gli alleati che hanno lasciato, nei camposanti a loro dedicati, distese di croci bianche indistinguibili.

Eppure anche tra loro ci sarà stato chi si è distinto rispetto ad altri, chi ha combattuto con maggior coraggio, l’uguaglianza in questo caso la dettò la causa, per tutti la medesima: la libertà. Ognuno ha la propria memoria da custodire e i propri morti da ricordare, ma tutte le memorie dovrebbero essere legittimate per non vanificare l’ideale che fu della Resistenza. È vero che all’indomani della Liberazione le divisioni si sono riproposte lasciando profonde ferite. Oggi però è bene ricordare le ragioni di un continuo richiamo alla Costituzione,  perché la difesa ad oltranza  rischia di rimanere lettera morta se non si rispettano le parti migliori che scandiscono la carta costituzionale. È  proprio raffrontando gli anni che ci separano dal ’45 ad oggi ad uno degli articoli più rivoluzionari, il terzo, che troviamo profonde contraddizioni con le celebrazioni della festa di Liberazione. Il secondo comma dell’articolo richiama ad un’uguaglianza sostanziale di tutti i cittadini. È la traduzione dell’egalitè francese, che vede lo Stato nelle sue diramazioni locali, dai comuni alle regioni, rimuovere tutti quegli ostacoli che di fatto limitano questo principio tra i cittadini. Ora, se guardiamo alla festa del 25 aprile nel corso degli anni, è evidente che le diseguaglianze si siano create attorno ad una celebrazione dove non a tutti sono stati garantiti pari diritti. In questo contesto, invitare alle celebrazioni personaggi dichiaratamente faziosi garantisce una certa partigianeria oltre a riempire la piazza, ma va nella direzione del riconoscimento di ogni memoria o allarga piuttosto il solco delle diseguaglianze? È una prassi rispettosa della vicenda storica riportare il discorso ad altre forme di resistenza contemporanea, come quella alla mafia, per la tipica abitudine italiana di sovrapporre alla storia indistintamente qualsiasi causa? Dai palchi si parlerà di giovani che sacrificarono la loro vita per creare un paese libero, o si finirà col parlare dei soliti problemi: il governo, le riforme, il patto di stabilità…? In sintesi, fino a quando permane una forte connotazione politica che calpesta il valore e l’umanità dell’evento storico e culturale ( il 25 aprile a Tapignola rappresenta un unicum) la festa di Liberazione non potrà brillare nella luce dei suoi protagonisti migliori, i piccoli e grandi maestri che dovrebbero illuminarci in un’ulteriore lotta di Liberazione: dalla retorica e dalle ipocrisie.                             

 Daniela Anna Simonazzi  

 

Pubblicato il 25/4/2010 alle 18.39 nella rubrica diario.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web