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daniela anna simonazzi danielasimonazzi@alice.it

SOCIETA'
A proposito del Tricolore (Il Giornale di Reggio 12.01.10)
13 gennaio 2010

 

La mattina del 7 gennaio mentre percorrevo le vie della città per raggiungere la piazza, alcune signore si chiedevano il perché di tanti agenti di polizia in servizio, in effetti, bandiere alle finestre per ricordare il giorno di festa non se ne vedevano, gli unici stendardi tricolore sventolavano dal palazzo del municipio. Non so se nelle scuole elementari la ricorrenza sia ricordata in modo solenne come un tempo, penso però che i bambini dovrebbero essere in piazza, per suscitare in loro quelle emozioni che il rito dell’alzabandiera, le sfilate di militari in divisa, scandite dal tamburino, con i làbari ricordo d’altri tempi, riescono ancora trasmettere. Purtroppo di bambini neanche l’ombra, la maggior parte degli spettatori erano anziani. Non sarebbe più gioiosa una piazza allietata dall’entusiasmo delle scolaresche e rallegrata dallo sventolìo di bandierine tricolori, magari costruite in classe con le proprie mani? Basta poco per dare ai piccoli il senso della festa. Per chi non è più bambino le cose cambiano perché si vuole essere protagonisti di un evento nel quale soltanto gli onori sono dovuti. La polemica di questi giorni non riguarda però come celebrare al meglio il simbolo della Patria, l’attenzione ricade invece su vicende che attengono alla politica.
Al di là del sentimento più o meno forte di Nazione sul quale si deve riflettere, non si può rendere trascurabile il valore simbolico del Tricolore. Rappresentare nei tre colori la volontà di unire  anziché dividere è un compito che non possiamo demandare solo al passato. È poi paradossale che il richiamo all’unità rivolto ai cittadini venga da istituzioni e politici sempre divisi su tutto, almeno qualche volta si scusassero per non essere d’esempio. Purtroppo viviamo tempi nei quali sembra che ogni ideologia abbia bisogno di una propria bandiera per differenziarsi, nota una ragazza che scrive sul blog a proposito di una mia riflessione del 7 gennaio scorso. Anche la parola democrazia ha assunto sfumature diverse , e ciascuno conferisce a questa significati propri, producendo disorientamento nella nazione e soprattutto nei giovani. La domanda che questa giovane si pone, è come trovarsi uniti sotto ad un tricolore, senza dover per forza ricorrere al passato e guardando al caos del presente? Non è semplice rispondere, per quanto mi riguarda sono amareggiata da come l’eredità storica venga facilmente svilita e non difesa con orgoglio. La bandiera per un paese rappresenta lo Stato, il Tricolore rappresenta l’Italia e gli Italiani, non solo il politico di turno che viene invitato alle celebrazioni. Non è richiesto di condividere le idee di chi presenzia, che sia presidente della Camera o del Senato o un qualsiasi uomo politico. Non si è tenuti nemmeno a condividere i valori che un vicesindaco sostiene in riferimento al suo partito più che alla Città del Tricolore che proprio dalla bandiera trae il suo riconoscimento. Credo ci siano esempi che le istituzioni, in primo luogo, sono tenute a dare alle giovani generazioni. Non importa la presenza sul palco d’onore quanto piuttosto la coerenza e la consapevolezza di ciò che si rappresenta. Nient’altro, in un giorno dedicato invece al ricordo di chi in passato ed ancora oggi è modello di dedizione alla causa comune e al bene del paese. Penso ai giovani dei Fogli Tricolore, ricordati grazie al Comitato Primo Tricolore, penso ai rappresentanti dell’Arma che sfilano ogni anno nella piazza e a quei giovani soldati in mimetica che sostavano a fianco dei loro carri davanti al teatro Ariosto, sicuramente ignorati dai riflettori e dalle telecamere che seguivano il corteo. Sono loro che rimangono nel mio ricordo di questo 7 gennaio 2010, ragazzi che ci onorano per il servizio alla patria quando ci soccorrono nelle emergenze nazionali, dai terremoti alla spazzatura per intenderci, e che onoriamo doverosamente solo quando, vittime di spedizioni di guerra o di pace, ritornano nel nostro e loro paese avvolti nel drappo bianco, rosso e verde. Mi ha commosso la loro presenza semplice e silenziosa a rimarcare esibizionismi fuori luogo. Mi sono congratulata con uno di questi giovani soldati, nella fierezza del suo sorriso ho ritrovato il valore della festa e l’esempio più alto che le persone nella loro concretezza rendono ancora oggi alla Nazione e alla Bandiera.
 
 
Daniela Anna Simonazzi  
SOCIETA'
(Il Resto del Carlino - Reggio 07.01.09)
5 maggio 2009

Le commemorazioni delle feste civili hanno sempre avuto un’impronta convenzionale, forse per il peso politico che si vuole attribuire ad esse, è difficile abbandonare certi stereotipi, a favore di eventi più adatti alle nuove generazioni. Eppure è indiscutibile il valore della festa del Tricolore che si celebra, ogni anno, il 7 gennaio. Insegnare ai giovani ad onorare la Bandiera come simbolo di appartenenza e di unità, non solo legato alle competizioni sportive, è un dovere al quale, a volte, abbiamo abdicato. Poco efficaci, constatiamo dai recenti fatti accaduti, le condanne nei confronti di chi brucia i vessilli nazionali sulla pubblica piazza. Ed è anche da questi episodi, che riconosciamo il valore simbolico che la bandiera rappresenta nel contesto di cause giuste o sbagliate, che nel corso della storia si ripetono. Non mancano in effetti, esempi positivi di patriottismo, spesso dimenticati. Pensiamo a G.Compagnoni, il sacerdote cattolico che inventò il Tricolore e lo propose come bandiera della Repubblica Cispadana, per questo suo impegno, su richiesta del cardinale Mattei, dovette suo malgrado abbandonare l’abito talare . Come non ricordare poi, il contributo dato alla Resistenza da tanti giovani, alcuni dei quali scelsero proprio il tricolore come distintivo, è il caso delle formazioni Fiamme Verdi e di altri patrioti che iniziarono la lotta con l’esperienza singolare e straordinaria intitolata “Fogli Tricolore”. Stampa clandestina, opera di un gruppo di cattolici reggiani, simile alla Rosa Bianca tedesca, in opposizione al nazifascismo. Un episodio storico quasi sconosciuto eppure importantissimo, valorizzato unicamente per iniziativa dell’on. O.Montanari, autore anche di una pubblicazione. In terra reggiana oltre al grande sacrificio della famiglia Cervi gli esempi di fedeltà alla patria sono molteplici e tutti rispettabili. Per questo motivo io penso non sia necessario un pellegrinaggio a Gattatico, a Cà Marastoni o altrove per riconoscere il contributo dato. Senza nulla togliere all’importanza dei luoghi, credo sia necessario, in occasione del 7 gennaio, portare tutte le esperienze al centro di una commemorazione condivisa,  valorizzando le diverse memorie storiche. È giusto quindi, in questa circostanza, farlo nella città del Tricolore e nella sua storica sala.

Che dire poi, a proposito della scelta di invitare il Presidente della Camera, che proprio recentemente ha fatto un discorso di riconoscimento dei valori dell’antifascismo e quindi un atto critico nei confronti della sua vicenda politica e del suo partito? Cosa potrà rappresentare per gli eredi dell’antifascismo che non hanno mai guardato alla propria storia animati da spirito di verità , nonostante le sollecitazioni di molti ad ammettere le zone d’ombra?   

Il problema è che a differenza di altri paesi europei l’Italia non ha mai pensato che per essere veri democratici bisogna essere antifascisti ma anche anticomunisti. Proprio nella nostra città sono visibili le ferite prodotte da entrambe le ideologie, che Giovanni Paolo II definì i due grandi mali del ventesimo secolo. Dall’eccidio della Bettola ai càvon di Campagnola, dall’uccisione di don Borghi a quella di don Iemmi,… gli esempi non mancano. A Reggio più che altrove sostenere certe tesi è sempre stato impopolare. Affidiamo quindi al Tricolore, che regge molto bene il peso di oltre due secoli di storia, il compito simbolico ma necessario di unire tutti, anche nelle diversità ideali, politiche e ora più che mai culturali.

 

 

Daniela Anna Simonazzi

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