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daniela anna simonazzi danielasimonazzi@alice.it

SOCIETA'
La pietra d'inciampo (Il Giornale di Reggio 03.03.10) (La Libertà 06.03.10)
3 marzo 2010
 

Proprio per la responsabilità che dovremmo avere di una memoria che rischia di andare perduta, ci saremmo aspettati un atto di coraggio- degno del Solitario- nel rendere nota la pregevole ristampa de La Penna, èdita grazie al contributo della Fondazione Manodori. In campo giornalistico è sicuramente un prodotto di nicchia, ma riservarlo a pochi appassionati non era certo nelle intenzioni di chi lo realizzò. Eppure, la storia di questo foglio indipendente rischia ancora la clandestinità. La Penna divenuta poi La Nuova Penna nel dopoguerra uscì per l’ultima volta nell’agosto del ’47 dopo la morte del Solitario. Cambiò undici tipografie sistematicamente sabotate, quando arrivava nelle edicole veniva fatta sparire o bruciata sulla pubblica piazza. Il periodico era scomodo a tal punto che Eros in cambio del silenzio de La Nuova Penna si disse disponibile a ritirare Il Garibaldino, perché riteneva il giornale – che raccoglieva molti simpatizzanti tra i cattolici- un grosso colpo all’egemonia comunista. Nel ventennale uscì un’edizione anastatica e anche questa operazione non lasciò traccia, nessuna biblioteca ne possiede una copia. La Nuova Penna rimane, fino ad anni recenti, un foglio destinato ad essere custodito in qualche luogo nascosto in attesa di una legittimazione.

Ho appreso la notizia della presentazione da un passaparola che circolava tra i soliti estimatori  presenti sabato insieme ad una rappresentanza di politici: alcuni a distribuire bigliettini con le indicazioni di voto, altri forse alla ricerca di figure autorevoli- come Il Solitario- per rafforzare immagini di partito sempre più fatiscenti.

“È sempre meglio essere cauti”è stata la risposta a chi chiedeva le ragioni della scelta del luogo, prestigioso, ma col limite di non essere uno spazio così divulgativo. Del resto, gli inviti, pochi e mirati, hanno fatto sì che a gremire la sala fosse un pubblico selezionato, al punto che l’assenza del popolo dell’ANPI era evidente ed emblematica di come certi sodalizi vengano meno quando a passare alla storia è la componente minoritaria ma luminosa del capitolo resistenziale: quella legata al mondo cattolico. Apprezzabili sono stati anche gli interventi dei politici, forse disarmati di fronte a valori più che mai sviliti nel loro mondo: l’onestà, la generosità anche materiale in tempi di grande povertà, la coerenza ad una fede mai sottomessa e il desiderio di giustizia. Mi chiedo perché non sia stato coinvolto l’assessorato alla Cultura, che ritiene il discorso sulla Resistenza “argomento non residuale”, oltre all’Ateneo reggiano o gli studenti delle scuole superiori. Dico questo non per polemizzare attorno ad un’iniziativa che ho sempre sostenuto e che si è conclusa col bel volume pubblicato da Diabasis, ma perchè credo che i giovani protagonisti dell’esperienza de La Penna prima e La Nuova Penna poi, abbiano lasciato un grande vuoto nella nostra realtà: vuoto di pensiero che non accettava la standardizzazione, convinti che il senso democratico potesse scaturire solo dal confronto e non dall’unicità. La loro assenza pesa ancora oggi e la si può colmare solo accogliendo la loro eredità morale non come un peso ma come una ricchezza.

Ci sono alcuni passaggi discutibili nei saggi introduttivi ma il valore è da riscoprire nel documento, di per sé eloquente, in questi travagliati fogli frutto del sacrificio di un gruppo di giovani contrari ad ogni ideologia e in cerca di verità. Trovo ipocrita colpevolizzare Pansa per la difficoltà di raccontare vicende- come quella del Solitario- resa nota a livello nazionale grazie a lui. Il giornalista si è inserito in un solco creato dagli storici stessi, dai loro silenzi e dall’ incapacità di confrontarsi. Incensare sempre e soltanto il proprio operato ritenendo gli altri contributi dannosi, parziali o “militanti” non è d’aiuto alle cause anche più nobili. Fuorviante poi etichettare l’esperienza di Corezzola e Morelli come “anticomunismo immaturo, probabilmente di destra, ma senz’altro democratico”. Non avrei dubbi sul senz’altro democratico, furono giovani che si batterono sempre e soltanto con la loro penna contro chi ancora impugnava le armi, i primi veri antifascisti autori dei Fogli Tricolore, per approdare dopo la lotta resistenziale in montagna ad una seconda resistenza contro i pericoli di un nuovo regime. Mettere in risalto la seconda esperienza sottovalutando la prima crea inevitabilmente degli equivoci. Furono anticomunisti con La Nuova Penna tanto quanto furono antifascisti coi Fogli Tricolore. Non creiamo motivo in qualche nostalgico di appropriarsi di questa singolare esperienza giornalistica apartitica per fini strumentali.

Non mi pare poi appropriata la solita tesi della violenza che causa violenza,  perché le vicende raccontate ne La Nuova Penna smentiscono questa dinamica: a tante uccisioni di innocenti le famiglie risposero- in modo forse originale- con la mitezza e il perdono.

Prendiamo come una battuta scherzosa l’idea che un vaccino avrebbe potuto salvare il Solitario, è un’opinione ottimistica considerando la promessa di Morelli nel voler denunciare i mandanti in vista di processi scomodi come quello dell’amico Azor  e dall’altra parte la determinazione nel voler stroncare una voce libera. È doveroso un ringraziamento alla famiglia Morelli, custode nel silenzio di una memoria tanto preziosa. Senza i loro ricordi quale storia potremmo raccontare oggi del Solitario? Per riscoprire la grandezza di giovani che furono pietra d’inciampo per chi non aveva chiare le basi della democrazia, giova, oltre le centinaia di note storiche, l’espressione di un poeta che nel ricordarli si è servito di poche riconoscenti parole: “ Di questo paese i figli più belli”.

 

Daniela Anna Simonazzi

 

SOCIETA'
Occhi di cielo ( Il Giornale di Reggio 16.02.10) (La Libertà 20.02.10)
26 febbraio 2010

“Occhi di cielo non abbandonarmi in pieno volo. Se il sole che mi illumina un giorno si spegnesse e una notte buia vincesse sulla mia vita, i tuoi occhi mi illuminerebbero…”. Così cantava Caterina, figlia del noto giornalista Antonio Socci,  nel coro degli universitari. Quattro mesi fa, alla vigilia della sua laurea, un fatale arresto cardiaco l’ha portata al coma dal quale non si è ancora risvegliata . Ora le sue condizioni di salute sono leggermente migliorate, il cuore batte autonomamente, ma come dice il padre rispondendo alle innumerevoli richieste di notizie “ è una lotta drammatica”.

Quella di Caterina non è una storia che ha catturato l’attenzione di quel mondo mediatico così solerte nel raccontare fatti che possano creare uno scontro ideologico, come ci ricorda, in  questi giorni, la vicenda di Eluana.

Eppure, anche nel silenzio, la storia di Caterina sta cambiando la vita di molti. Tanti i giovani che in questi mesi, ogni sera, in ospedale, si sono raccolti in preghiera per lei. Tanti i malati che hanno offerto conforto alla famiglia e le persone che hanno scritto parole di speranza per la sua guarigione. Un vero miracolo quello che si sta compiendo attorno a questa ragazza di ventiquattro anni colta nel pieno della vita da una prova così grande. È impossibile rimanere  indifferenti pensandola immobile in un letto, o trattenere l’emozione ascoltando, sul blog creato dagli amici, il suo canto a Maria tratto da un laudario del XIII secolo. Come non provare tenerezza per la sua persona in condizioni di sofferenza così estreme e solidarietà per la sua famiglia e tante altre che vivono la medesima situazione. Nella libertà di coscienza, segno di speranza e monito per tutti alla sacralità della vita. Il loro esempio ci fa capire che la fede non protegge dal male ma quando è forte sostiene. Testimonianze  preziose in una realtà di “indifferenti al Mistero” e più incline a “democratiche soluzioni eutanasiche”, come recita il nostro cantore Giovanni Lindo Ferretti.

Ho avuto modo di conoscere Antonio Socci in seguito ad una sua trasmissione di Excalibur. Fu lui a raccontare per primo in televisione dei nostri giovani eroi cattolici della Resistenza. Poi ci fu una piacevole conversazione in occasione del “25 aprile a Tapignola”, iniziativa che lui accolse subito con grande entusiasmo. La percezione è stata di un uomo sensibile e coraggioso. Certo anche per chi è forte ci sono situazioni della vita nelle quali è inevitabile fare i conti con l’angoscia e la paura. La felicità dei figli è il desiderio segreto di ogni padre e di ogni madre. Guardando a queste situazioni ci rendiamo conto di possedere molte cose ma non  l’essenziale: quel lieve battito che dà la vita. Il mese di febbraio dedicato alla Vita, ai malati e ai sofferenti, ci dovremmo stringere, invocando la protezione della Madonna, alle tante persone che come Caterina ci inducono a riflettere sul valore della persona in ogni condizione. È necessaria la consapevolezza che la sofferenza non si può capire né spiegare, la si può però riempire di presenza. Per le famiglie sono croci pesanti se portate in solitudine. Antonio ed Alessandra insieme ai loro figli sono sostenuti  dall’aiuto dei medici che amorevolmente curano la loro adorata figlia, dalla solidarietà di tanti amici e tantissime persone mai conosciute prima, ma quanti altri restano soli? Qualcuno si chiede dov’è Dio in queste sofferenze…se ci fosse un Dio non permetterebbe un dolore simile… dov’era Dio quanto Cristo soffriva sulla croce… Gli uomini di Chiesa dicono che era lì e soffriva con Lui e ancora oggi è accanto a chi è crocifisso ad un letto di malattia. Quanta grazia da queste croci dolenti spogliate di ogni cosa ma mai della dignità. Quanto bene Caterina ha seminato in questi mesi di malattia. Confidiamo nella scienza medica e nel miracolo della fede affinché possa riprendere il suo canto alla vita.       

 

Daniela Anna Simonazzi

SOCIETA'
A proposito del Tricolore (Il Giornale di Reggio 12.01.10)
13 gennaio 2010

 

La mattina del 7 gennaio mentre percorrevo le vie della città per raggiungere la piazza, alcune signore si chiedevano il perché di tanti agenti di polizia in servizio, in effetti, bandiere alle finestre per ricordare il giorno di festa non se ne vedevano, gli unici stendardi tricolore sventolavano dal palazzo del municipio. Non so se nelle scuole elementari la ricorrenza sia ricordata in modo solenne come un tempo, penso però che i bambini dovrebbero essere in piazza, per suscitare in loro quelle emozioni che il rito dell’alzabandiera, le sfilate di militari in divisa, scandite dal tamburino, con i làbari ricordo d’altri tempi, riescono ancora trasmettere. Purtroppo di bambini neanche l’ombra, la maggior parte degli spettatori erano anziani. Non sarebbe più gioiosa una piazza allietata dall’entusiasmo delle scolaresche e rallegrata dallo sventolìo di bandierine tricolori, magari costruite in classe con le proprie mani? Basta poco per dare ai piccoli il senso della festa. Per chi non è più bambino le cose cambiano perché si vuole essere protagonisti di un evento nel quale soltanto gli onori sono dovuti. La polemica di questi giorni non riguarda però come celebrare al meglio il simbolo della Patria, l’attenzione ricade invece su vicende che attengono alla politica.
Al di là del sentimento più o meno forte di Nazione sul quale si deve riflettere, non si può rendere trascurabile il valore simbolico del Tricolore. Rappresentare nei tre colori la volontà di unire  anziché dividere è un compito che non possiamo demandare solo al passato. È poi paradossale che il richiamo all’unità rivolto ai cittadini venga da istituzioni e politici sempre divisi su tutto, almeno qualche volta si scusassero per non essere d’esempio. Purtroppo viviamo tempi nei quali sembra che ogni ideologia abbia bisogno di una propria bandiera per differenziarsi, nota una ragazza che scrive sul blog a proposito di una mia riflessione del 7 gennaio scorso. Anche la parola democrazia ha assunto sfumature diverse , e ciascuno conferisce a questa significati propri, producendo disorientamento nella nazione e soprattutto nei giovani. La domanda che questa giovane si pone, è come trovarsi uniti sotto ad un tricolore, senza dover per forza ricorrere al passato e guardando al caos del presente? Non è semplice rispondere, per quanto mi riguarda sono amareggiata da come l’eredità storica venga facilmente svilita e non difesa con orgoglio. La bandiera per un paese rappresenta lo Stato, il Tricolore rappresenta l’Italia e gli Italiani, non solo il politico di turno che viene invitato alle celebrazioni. Non è richiesto di condividere le idee di chi presenzia, che sia presidente della Camera o del Senato o un qualsiasi uomo politico. Non si è tenuti nemmeno a condividere i valori che un vicesindaco sostiene in riferimento al suo partito più che alla Città del Tricolore che proprio dalla bandiera trae il suo riconoscimento. Credo ci siano esempi che le istituzioni, in primo luogo, sono tenute a dare alle giovani generazioni. Non importa la presenza sul palco d’onore quanto piuttosto la coerenza e la consapevolezza di ciò che si rappresenta. Nient’altro, in un giorno dedicato invece al ricordo di chi in passato ed ancora oggi è modello di dedizione alla causa comune e al bene del paese. Penso ai giovani dei Fogli Tricolore, ricordati grazie al Comitato Primo Tricolore, penso ai rappresentanti dell’Arma che sfilano ogni anno nella piazza e a quei giovani soldati in mimetica che sostavano a fianco dei loro carri davanti al teatro Ariosto, sicuramente ignorati dai riflettori e dalle telecamere che seguivano il corteo. Sono loro che rimangono nel mio ricordo di questo 7 gennaio 2010, ragazzi che ci onorano per il servizio alla patria quando ci soccorrono nelle emergenze nazionali, dai terremoti alla spazzatura per intenderci, e che onoriamo doverosamente solo quando, vittime di spedizioni di guerra o di pace, ritornano nel nostro e loro paese avvolti nel drappo bianco, rosso e verde. Mi ha commosso la loro presenza semplice e silenziosa a rimarcare esibizionismi fuori luogo. Mi sono congratulata con uno di questi giovani soldati, nella fierezza del suo sorriso ho ritrovato il valore della festa e l’esempio più alto che le persone nella loro concretezza rendono ancora oggi alla Nazione e alla Bandiera.
 
 
Daniela Anna Simonazzi  
SOCIETA'
A vent'anni dalla caduta del muro ( Il Resto del Carlino - Reggio 10.11.09)
22 novembre 2009

Nel ventennale della caduta del muro di Berlino, la Cancelliera Merkel ha giustamente dichiarato che le celebrazioni non dovrebbero essere soltanto tedesche. Eppure, se si guarda il calendario degli eventi nel nostro paese, salvo qualche eccezione, si ha la percezione di una ricorrenza poco condivisa. Qualche timida iniziativa, fa sorgere il dubbio che in realtà non ci sia corrispondenza tra il crollo materiale di un simbolo e le barriere ideologiche e culturali che ancora resistono. Perché non  raccontare la storia in modo chiaro, senza eludere che si trattò del simbolo di un totalitarismo che privò l’uomo del diritto fondamentale: la libertà? Il crollo del muro, offensivo per Berlino e per l’umanità, confermò il fallimento di un sistema che anche i più nostalgici ora dovrebbero riconoscere. L’intervento meno ambiguo su questo passaggio storico, rimane il discorso di J.F.Kennedy: “Ci sono molte persone al mondo che non capiscono o dicono di non capire, quale sia la differenza tra il mondo libero e il mondo comunista . Che vengano a Berlino…” Solo chi ha un forte senso della democrazia non ha timore della verità.“ Gestire uomini liberi è un bel grattacapo” è stato l’augurio che Obama ha ricevuto da un caro amico alla conferma della sua elezione. L’ espressione è emblematica di un paese che non ha mai dovuto costruire muri per impedire a qualcuno di uscire, pur riconoscendo che la libertà comporta molte difficoltà. La percezione che i berlinesi hanno avuto di questa semplice e sostanziale differenza, ha reso possibile la riunificazione tra est ed ovest ed ha trasformato la città simbolo dell’Europa dilaniata di quest’ultimo mezzo secolo, in una speranza per il mondo. A distanza di vent’anni, basta con gli equivoci, occorre onestà per spiegare ai giovani cosa rappresentò il “muro”per l’Europa e doveroso raccontare le storie di tanti loro coetanei che si spesero con la propria vita: dai ragazzi di piazza Tienamen a Jan Palach . Non so se negli altri paesi europei il messaggio di questo evento sia più nitido, qui le idee sono spesso confuse. Un comunicato stampa del 2006, in merito alla proposta (respinta) di ricordare la data del 9 novembre, cita le seguenti motivazioni di alcuni consiglieri provinciali: “si sarebbe gettato fango sui comunisti…, si dovrebbe parlare del muro di Israele e di tutti i muri…, significherebbe dividere l’Europa in due blocchi… ecc”. Nella nostra città pare sia sufficiente mantenere vivo il ricordo della Liberazione, eppure senza questa ulteriore conquista l’Europa non sarebbe quella che è oggi, certo non perfetta, ma una realtà libera e democratica. Dalle istituzioni reggiane il primo impegno concreto è quello di dedicare una piazza o una via ai Caduti del Muro, è il passo più semplice: consegnare il ricordo delle vittime a diligenti commissioni di esperti in toponomastica. La ricorrenza odierna, può mettere in evidenza anche particolari coincidenze, come accade ad Albinea, gemellata con un quartiere di Berlino e in possesso di un frammento del muro collocato nel giardino della scuola. A pochi passi, un cippo ricorda una vittima di quella stessa fallimentare ideologia. Anche in questo caso il processo di riconoscimento della storia è stato lungo e faticoso ma soprattutto necessario, per poter dire oggi con fierezza: “Ich bin ein Berliner”.



Anna Vittoria Z. - Ombre




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SOCIETA'
(Il Resto del Carlino - Reggio 07.01.09)
5 maggio 2009

Le commemorazioni delle feste civili hanno sempre avuto un’impronta convenzionale, forse per il peso politico che si vuole attribuire ad esse, è difficile abbandonare certi stereotipi, a favore di eventi più adatti alle nuove generazioni. Eppure è indiscutibile il valore della festa del Tricolore che si celebra, ogni anno, il 7 gennaio. Insegnare ai giovani ad onorare la Bandiera come simbolo di appartenenza e di unità, non solo legato alle competizioni sportive, è un dovere al quale, a volte, abbiamo abdicato. Poco efficaci, constatiamo dai recenti fatti accaduti, le condanne nei confronti di chi brucia i vessilli nazionali sulla pubblica piazza. Ed è anche da questi episodi, che riconosciamo il valore simbolico che la bandiera rappresenta nel contesto di cause giuste o sbagliate, che nel corso della storia si ripetono. Non mancano in effetti, esempi positivi di patriottismo, spesso dimenticati. Pensiamo a G.Compagnoni, il sacerdote cattolico che inventò il Tricolore e lo propose come bandiera della Repubblica Cispadana, per questo suo impegno, su richiesta del cardinale Mattei, dovette suo malgrado abbandonare l’abito talare . Come non ricordare poi, il contributo dato alla Resistenza da tanti giovani, alcuni dei quali scelsero proprio il tricolore come distintivo, è il caso delle formazioni Fiamme Verdi e di altri patrioti che iniziarono la lotta con l’esperienza singolare e straordinaria intitolata “Fogli Tricolore”. Stampa clandestina, opera di un gruppo di cattolici reggiani, simile alla Rosa Bianca tedesca, in opposizione al nazifascismo. Un episodio storico quasi sconosciuto eppure importantissimo, valorizzato unicamente per iniziativa dell’on. O.Montanari, autore anche di una pubblicazione. In terra reggiana oltre al grande sacrificio della famiglia Cervi gli esempi di fedeltà alla patria sono molteplici e tutti rispettabili. Per questo motivo io penso non sia necessario un pellegrinaggio a Gattatico, a Cà Marastoni o altrove per riconoscere il contributo dato. Senza nulla togliere all’importanza dei luoghi, credo sia necessario, in occasione del 7 gennaio, portare tutte le esperienze al centro di una commemorazione condivisa,  valorizzando le diverse memorie storiche. È giusto quindi, in questa circostanza, farlo nella città del Tricolore e nella sua storica sala.

Che dire poi, a proposito della scelta di invitare il Presidente della Camera, che proprio recentemente ha fatto un discorso di riconoscimento dei valori dell’antifascismo e quindi un atto critico nei confronti della sua vicenda politica e del suo partito? Cosa potrà rappresentare per gli eredi dell’antifascismo che non hanno mai guardato alla propria storia animati da spirito di verità , nonostante le sollecitazioni di molti ad ammettere le zone d’ombra?   

Il problema è che a differenza di altri paesi europei l’Italia non ha mai pensato che per essere veri democratici bisogna essere antifascisti ma anche anticomunisti. Proprio nella nostra città sono visibili le ferite prodotte da entrambe le ideologie, che Giovanni Paolo II definì i due grandi mali del ventesimo secolo. Dall’eccidio della Bettola ai càvon di Campagnola, dall’uccisione di don Borghi a quella di don Iemmi,… gli esempi non mancano. A Reggio più che altrove sostenere certe tesi è sempre stato impopolare. Affidiamo quindi al Tricolore, che regge molto bene il peso di oltre due secoli di storia, il compito simbolico ma necessario di unire tutti, anche nelle diversità ideali, politiche e ora più che mai culturali.

 

 

Daniela Anna Simonazzi

Lu Yuwei

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SOCIETA'
Il 25 aprile? Festa di giovani ma senza rancori (Il Resto del Carlino Reggio 25.04.09)
3 maggio 2009

“L’amore per la verità non ha colore”, scrissero i giovani de “La Nuova Penna”, nel primo numero del periodico dopo la Liberazione. Giovani, cresciuti al rullo dei tamburi, a cose retoriche e vuote, che si sentivano, a vent’anni, abbastanza forti per plasmare con le loro mani una nuova vita.

All’indomani del 25 aprile ’45, lottarono ancora, per conquistare una libertà piena e lo fecero attraverso il loro giornale. La loro certezza era che il raggiungimento dei valori per i quali avevano combattuto, avrebbe richiesto una lotta incruenta, ma non meno decisa, per impedire che nuove forme di fascismo sorgessero. Giovani, che fecero la scelta giusta subito, quando essere antifascisti non era così scontato, la maggior parte si aggregò nell’ultima ora. Giovani, che non amavano la menzogna e cercavano la verità e la giustizia. È di loro che si dovrebbe parlare oggi, per dare un’identità alla ricorrenza di quel lontano giorno del ’45. Fu festa soprattutto di giovani, gli stessi, che combatterono per venti lunghi mesi in clandestinità. Per questo, meritano il ricordo di chi oggi, nel pieno della giovinezza, è alla ricerca di riferimenti solidi. Noi adulti, come educatori,dobbiamo dialogare e metterci in ascolto, per capire cosa spinge alcuni ragazzi a scegliere ideologie che rappresentano una sconfitta per l’uomo. Abbiamo esempi di opposti estremismi nella nostra città, non chiudiamo gli occhi, di fronte ad episodi di duro scontro ideologico, recentemente accaduti. Ci sentiremo tutti più liberi, se finalmente sparissero dai muri e non solo, quei simboli odiosi, che hanno caratterizzato i più grandi crimini compiuti dall’uomo nel ventesimo secolo. Forse, alle nuove generazioni non è stata raccontata la storia? Eppure abbiamo tutto sotto gli occhi, basterebbe fare qualche viaggio della memoria a Fossoli e a Campagnola, se non si può andare più lontano, verso Auschwitz e Katyn. L’attenzione alle realtà giovanili spesso non è una priorità nei programmi politici, siamo inclini a costruire, ma non sul loro futuro. Ricordo, tra le iniziative da coltivare, l’incontro organizzato dal Prefetto nel 2007 a Marola con i ragazzi reggiani, idea buona che però non ha avuto una continuità. Se poi un giovane, vuole capire il significato della ricorrenza del 25 aprile, che oggi celebriamo, non lo chieda ai politici, vista la confusione che hanno saputo fare nel corso degli anni, molto meglio accostarsi a buone letture. “Il 25 aprile è la festa di tutti”, è stato il monito del Presidente della Repubblica, sembrerebbe ovvio, evidentemente non è così, o meglio, non lo è stato fino ad oggi. 

La Resistenza, fu un’esperienza multicolore, che mise in campo forze diverse, quindi, ricordare oggi il risultato di questa collaborazione, richiede che le varie componenti si riuniscano e implica un’apertura da parte di coloro che, in questi oltre sessant’anni, hanno dominato l’evento. Accogliere e rispettare le diverse esperienze, è un esigenza di giustizia, un primo passo nel far sentire il 25 aprile una festa condivisa, pur conservando memorie diverse. L’utilizzo, nel corso degli anni, di questo anniversario è noto a tutti, dalle piazze più orazioni politiche che memoria storica. Il nostro paese, ancora alla ricerca di un’identità, nelle ricorrenze ha sempre sofferto profonde divisioni. Ora si comincia a capire che, al contrario, possono unire, purchè la pacificazione non si trasformi in oblio. Festa della Liberazione quindi in piazza, ma non solo. Non si deve pensare che la piazza sia l’unico spazio per ricordare, anche se è stato privilegiato negli anni. Ci sono altri luoghi simbolici: monumenti e tombe dove posare un fiore, le nostre montagne dove uomini e donne hanno combattuto, le case dove i partigiani trovarono riparo, le chiese teatro di stragi disumane e ogni luogo che il sangue di un martire ha reso sacro.  

Il 25 aprile a Tapignola rimarrà nel cuore di tanti come esempio. Lontano dalla retorica celebrativa, ha saputo  regalare un sorriso anche a coloro che, per decenni, hanno vissuto la ricorrenza della festa circondati dal silenzio e dall’omertà, senza poter condividere il ricordo di quel lontano giorno di aprile, trascorso sulla soglia di casa, guardando all’orizzonte, nella speranza di rivedere un figlio, un fratello o un amico per stringerlo tra le braccia, invano.

 

Daniela Anna Simonazzi

 Albrecht Dürer - Gioacchino e Anna alla porta d'oro

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