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daniela anna simonazzi danielasimonazzi@alice.it

SOCIETA'
La pietra d'inciampo (Il Giornale di Reggio 03.03.10) (La Libertà 06.03.10)
3 marzo 2010
 

Proprio per la responsabilità che dovremmo avere di una memoria che rischia di andare perduta, ci saremmo aspettati un atto di coraggio- degno del Solitario- nel rendere nota la pregevole ristampa de La Penna, èdita grazie al contributo della Fondazione Manodori. In campo giornalistico è sicuramente un prodotto di nicchia, ma riservarlo a pochi appassionati non era certo nelle intenzioni di chi lo realizzò. Eppure, la storia di questo foglio indipendente rischia ancora la clandestinità. La Penna divenuta poi La Nuova Penna nel dopoguerra uscì per l’ultima volta nell’agosto del ’47 dopo la morte del Solitario. Cambiò undici tipografie sistematicamente sabotate, quando arrivava nelle edicole veniva fatta sparire o bruciata sulla pubblica piazza. Il periodico era scomodo a tal punto che Eros in cambio del silenzio de La Nuova Penna si disse disponibile a ritirare Il Garibaldino, perché riteneva il giornale – che raccoglieva molti simpatizzanti tra i cattolici- un grosso colpo all’egemonia comunista. Nel ventennale uscì un’edizione anastatica e anche questa operazione non lasciò traccia, nessuna biblioteca ne possiede una copia. La Nuova Penna rimane, fino ad anni recenti, un foglio destinato ad essere custodito in qualche luogo nascosto in attesa di una legittimazione.

Ho appreso la notizia della presentazione da un passaparola che circolava tra i soliti estimatori  presenti sabato insieme ad una rappresentanza di politici: alcuni a distribuire bigliettini con le indicazioni di voto, altri forse alla ricerca di figure autorevoli- come Il Solitario- per rafforzare immagini di partito sempre più fatiscenti.

“È sempre meglio essere cauti”è stata la risposta a chi chiedeva le ragioni della scelta del luogo, prestigioso, ma col limite di non essere uno spazio così divulgativo. Del resto, gli inviti, pochi e mirati, hanno fatto sì che a gremire la sala fosse un pubblico selezionato, al punto che l’assenza del popolo dell’ANPI era evidente ed emblematica di come certi sodalizi vengano meno quando a passare alla storia è la componente minoritaria ma luminosa del capitolo resistenziale: quella legata al mondo cattolico. Apprezzabili sono stati anche gli interventi dei politici, forse disarmati di fronte a valori più che mai sviliti nel loro mondo: l’onestà, la generosità anche materiale in tempi di grande povertà, la coerenza ad una fede mai sottomessa e il desiderio di giustizia. Mi chiedo perché non sia stato coinvolto l’assessorato alla Cultura, che ritiene il discorso sulla Resistenza “argomento non residuale”, oltre all’Ateneo reggiano o gli studenti delle scuole superiori. Dico questo non per polemizzare attorno ad un’iniziativa che ho sempre sostenuto e che si è conclusa col bel volume pubblicato da Diabasis, ma perchè credo che i giovani protagonisti dell’esperienza de La Penna prima e La Nuova Penna poi, abbiano lasciato un grande vuoto nella nostra realtà: vuoto di pensiero che non accettava la standardizzazione, convinti che il senso democratico potesse scaturire solo dal confronto e non dall’unicità. La loro assenza pesa ancora oggi e la si può colmare solo accogliendo la loro eredità morale non come un peso ma come una ricchezza.

Ci sono alcuni passaggi discutibili nei saggi introduttivi ma il valore è da riscoprire nel documento, di per sé eloquente, in questi travagliati fogli frutto del sacrificio di un gruppo di giovani contrari ad ogni ideologia e in cerca di verità. Trovo ipocrita colpevolizzare Pansa per la difficoltà di raccontare vicende- come quella del Solitario- resa nota a livello nazionale grazie a lui. Il giornalista si è inserito in un solco creato dagli storici stessi, dai loro silenzi e dall’ incapacità di confrontarsi. Incensare sempre e soltanto il proprio operato ritenendo gli altri contributi dannosi, parziali o “militanti” non è d’aiuto alle cause anche più nobili. Fuorviante poi etichettare l’esperienza di Corezzola e Morelli come “anticomunismo immaturo, probabilmente di destra, ma senz’altro democratico”. Non avrei dubbi sul senz’altro democratico, furono giovani che si batterono sempre e soltanto con la loro penna contro chi ancora impugnava le armi, i primi veri antifascisti autori dei Fogli Tricolore, per approdare dopo la lotta resistenziale in montagna ad una seconda resistenza contro i pericoli di un nuovo regime. Mettere in risalto la seconda esperienza sottovalutando la prima crea inevitabilmente degli equivoci. Furono anticomunisti con La Nuova Penna tanto quanto furono antifascisti coi Fogli Tricolore. Non creiamo motivo in qualche nostalgico di appropriarsi di questa singolare esperienza giornalistica apartitica per fini strumentali.

Non mi pare poi appropriata la solita tesi della violenza che causa violenza,  perché le vicende raccontate ne La Nuova Penna smentiscono questa dinamica: a tante uccisioni di innocenti le famiglie risposero- in modo forse originale- con la mitezza e il perdono.

Prendiamo come una battuta scherzosa l’idea che un vaccino avrebbe potuto salvare il Solitario, è un’opinione ottimistica considerando la promessa di Morelli nel voler denunciare i mandanti in vista di processi scomodi come quello dell’amico Azor  e dall’altra parte la determinazione nel voler stroncare una voce libera. È doveroso un ringraziamento alla famiglia Morelli, custode nel silenzio di una memoria tanto preziosa. Senza i loro ricordi quale storia potremmo raccontare oggi del Solitario? Per riscoprire la grandezza di giovani che furono pietra d’inciampo per chi non aveva chiare le basi della democrazia, giova, oltre le centinaia di note storiche, l’espressione di un poeta che nel ricordarli si è servito di poche riconoscenti parole: “ Di questo paese i figli più belli”.

 

Daniela Anna Simonazzi

 

SOCIETA'
A proposito del Tricolore (Il Giornale di Reggio 12.01.10)
13 gennaio 2010

 

La mattina del 7 gennaio mentre percorrevo le vie della città per raggiungere la piazza, alcune signore si chiedevano il perché di tanti agenti di polizia in servizio, in effetti, bandiere alle finestre per ricordare il giorno di festa non se ne vedevano, gli unici stendardi tricolore sventolavano dal palazzo del municipio. Non so se nelle scuole elementari la ricorrenza sia ricordata in modo solenne come un tempo, penso però che i bambini dovrebbero essere in piazza, per suscitare in loro quelle emozioni che il rito dell’alzabandiera, le sfilate di militari in divisa, scandite dal tamburino, con i làbari ricordo d’altri tempi, riescono ancora trasmettere. Purtroppo di bambini neanche l’ombra, la maggior parte degli spettatori erano anziani. Non sarebbe più gioiosa una piazza allietata dall’entusiasmo delle scolaresche e rallegrata dallo sventolìo di bandierine tricolori, magari costruite in classe con le proprie mani? Basta poco per dare ai piccoli il senso della festa. Per chi non è più bambino le cose cambiano perché si vuole essere protagonisti di un evento nel quale soltanto gli onori sono dovuti. La polemica di questi giorni non riguarda però come celebrare al meglio il simbolo della Patria, l’attenzione ricade invece su vicende che attengono alla politica.
Al di là del sentimento più o meno forte di Nazione sul quale si deve riflettere, non si può rendere trascurabile il valore simbolico del Tricolore. Rappresentare nei tre colori la volontà di unire  anziché dividere è un compito che non possiamo demandare solo al passato. È poi paradossale che il richiamo all’unità rivolto ai cittadini venga da istituzioni e politici sempre divisi su tutto, almeno qualche volta si scusassero per non essere d’esempio. Purtroppo viviamo tempi nei quali sembra che ogni ideologia abbia bisogno di una propria bandiera per differenziarsi, nota una ragazza che scrive sul blog a proposito di una mia riflessione del 7 gennaio scorso. Anche la parola democrazia ha assunto sfumature diverse , e ciascuno conferisce a questa significati propri, producendo disorientamento nella nazione e soprattutto nei giovani. La domanda che questa giovane si pone, è come trovarsi uniti sotto ad un tricolore, senza dover per forza ricorrere al passato e guardando al caos del presente? Non è semplice rispondere, per quanto mi riguarda sono amareggiata da come l’eredità storica venga facilmente svilita e non difesa con orgoglio. La bandiera per un paese rappresenta lo Stato, il Tricolore rappresenta l’Italia e gli Italiani, non solo il politico di turno che viene invitato alle celebrazioni. Non è richiesto di condividere le idee di chi presenzia, che sia presidente della Camera o del Senato o un qualsiasi uomo politico. Non si è tenuti nemmeno a condividere i valori che un vicesindaco sostiene in riferimento al suo partito più che alla Città del Tricolore che proprio dalla bandiera trae il suo riconoscimento. Credo ci siano esempi che le istituzioni, in primo luogo, sono tenute a dare alle giovani generazioni. Non importa la presenza sul palco d’onore quanto piuttosto la coerenza e la consapevolezza di ciò che si rappresenta. Nient’altro, in un giorno dedicato invece al ricordo di chi in passato ed ancora oggi è modello di dedizione alla causa comune e al bene del paese. Penso ai giovani dei Fogli Tricolore, ricordati grazie al Comitato Primo Tricolore, penso ai rappresentanti dell’Arma che sfilano ogni anno nella piazza e a quei giovani soldati in mimetica che sostavano a fianco dei loro carri davanti al teatro Ariosto, sicuramente ignorati dai riflettori e dalle telecamere che seguivano il corteo. Sono loro che rimangono nel mio ricordo di questo 7 gennaio 2010, ragazzi che ci onorano per il servizio alla patria quando ci soccorrono nelle emergenze nazionali, dai terremoti alla spazzatura per intenderci, e che onoriamo doverosamente solo quando, vittime di spedizioni di guerra o di pace, ritornano nel nostro e loro paese avvolti nel drappo bianco, rosso e verde. Mi ha commosso la loro presenza semplice e silenziosa a rimarcare esibizionismi fuori luogo. Mi sono congratulata con uno di questi giovani soldati, nella fierezza del suo sorriso ho ritrovato il valore della festa e l’esempio più alto che le persone nella loro concretezza rendono ancora oggi alla Nazione e alla Bandiera.
 
 
Daniela Anna Simonazzi  
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