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daniela anna simonazzi danielasimonazzi@alice.it

SOCIETA'
Riprendiamoci la nostra storia ( Il Resto del Carlino - Reggio 28.01.11)
29 gennaio 2011

 

È sempre più frequente leggere le notizie dei giornali e percepire quella sensazione che in psicologia viene definita déjà vu. Certo la politica italiana non sta brillando per idee nuove e la creatività viene forse riservata a performance non certo istituzionali. Anche la cronaca  locale ci riporta a uno dei campi di battaglia politica preferiti: la toponomastica. È di questi giorni la discussione su via Tito. Non è una novità, da sempre l’intitolazione di vie o piazze rimane un terreno ideale di scontro. È vero, esistono nuove conoscenze storiche e quindi sono necessari riconoscimenti in positivo o in negativo di alcuni fatti, ma questo non deve farci dimenticare quella che è la storia di una città e quindi la responsabilità di scelte che oggi ai nostri occhi possono apparire inaccettabili. Riconosco inopportuna la decisione di dedicare non a “uno statista” ma a un uomo che si macchiò le mani di sangue innocente una via. Meraviglia ancor più che la scelta sia stata fatta in anni tutto sommato recenti, quindi senza l’attenuante della scarsa conoscenza degli eventi tragici legati al confine orientale. Sarei curiosa di conoscere le motivazioni messe ai voti per dedicare una via a Tito dopodiché ognuno si assuma l’onere di una scelta senza dubbio infelice. Mi chiedo piuttosto se non sia più urgente un’operazione culturale che vada al di là degli scranni di Sala Tricolore per fare sì che la celebrazione della Giornata del Ricordo possa entrare se non nel cuore nelle coscienze della gente. Ho ben presente la ricorrenza in anni passati, mal digerita sia dall’ANPI che da ISTORECO. Ho il ricordo di un convegno tesissimo con Marcello Veneziani e Nevenka Troha  e della prima mostra sulle foibe in una stanzetta adiacente al polo archivistico. Immagini eloquenti, non una didascalia, non una spiegazione, lo squallore rivelava ancor più il dramma dei profughi e delle vittime. Mi colpì il fatto che alcune foto cadute sul pavimento venissero lasciate lì in modo irriverente, alla mia segnalazione l’incaricata alla sorveglianza rispose che non era autorizzata a raccoglierle. Se i cambiamenti su certi frangenti faticano ad essere accettati bisogna riconoscere che poco si sia fatto per conoscere una storia che ha  radici profonde. Vogliamo forse rinnegare, per fare un esempio, che nel reggiano i sindaci erano soprannominati  “zarina” o “piccolo padre”? O che in alcune piccole sezioni di partito, come racconta Pasolini, si lasciava una sedia vuota di fianco al relatore di turno ad indicare simbolicamente la presidenza del compagno Stalin? Ora si vuole sostituire il nome di Tito con quello del beato Rolando Rivi. Immagino il povero Guareschi indispettito per avere di gran lunga superato la sua fantasia letteraria. Con questi metodi i nodi gordiani che riguardano la storia del nostro paese difficilmente si potranno sciogliere. Il guaio è che sono troppi gli uomini e sempre gli stessi che da anni vivono il ruolo istituzionale e politico con la fatica di apportare un’idea nuova . Perché non valorizzare esperienze importanti ma dimenticate della storia locale? Penso ad esempio alla proposta fatta dall’on. Montanari nel 2008 per creare un monumento ai giovani dei Fogli Tricolore, esperienza straordinaria di un gruppo di studenti cattolici reggiani sconosciuta ai più . Ci sono tante cose da recuperare e non dobbiamo forse curarci più di tanto se nella stratificazione degli eventi storici rimangono scelte inopportune, anche queste saranno giudicate dalle generazioni future e racconteranno la difficoltà di un’evoluzione su alcuni temi spinosi. Si lavori per compensare anziché rimuovere, si  faccia un lavoro di sensibilizzazione su ciò che si è trascurato in passato come la Giornata del Ricordo. Oppure, se non si è capaci di fare un passo in avanti, si ascolti il suggerimento degli abitanti di via Tito, ci si occupi  piuttosto del problema del traffico, argomento attorno al quale i cittadini riescono a trovare più punti in comune rispetto a quelli raggiungibili in Sala Tricolore.  
 
Daniela Anna Simonazzi 

Anna Vittoria Z. - Niki


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permalink | inviato da AZOR il 29/1/2011 alle 19:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SOCIETA'
A proposito del Tricolore (Il Giornale di Reggio 12.01.10)
13 gennaio 2010

 

La mattina del 7 gennaio mentre percorrevo le vie della città per raggiungere la piazza, alcune signore si chiedevano il perché di tanti agenti di polizia in servizio, in effetti, bandiere alle finestre per ricordare il giorno di festa non se ne vedevano, gli unici stendardi tricolore sventolavano dal palazzo del municipio. Non so se nelle scuole elementari la ricorrenza sia ricordata in modo solenne come un tempo, penso però che i bambini dovrebbero essere in piazza, per suscitare in loro quelle emozioni che il rito dell’alzabandiera, le sfilate di militari in divisa, scandite dal tamburino, con i làbari ricordo d’altri tempi, riescono ancora trasmettere. Purtroppo di bambini neanche l’ombra, la maggior parte degli spettatori erano anziani. Non sarebbe più gioiosa una piazza allietata dall’entusiasmo delle scolaresche e rallegrata dallo sventolìo di bandierine tricolori, magari costruite in classe con le proprie mani? Basta poco per dare ai piccoli il senso della festa. Per chi non è più bambino le cose cambiano perché si vuole essere protagonisti di un evento nel quale soltanto gli onori sono dovuti. La polemica di questi giorni non riguarda però come celebrare al meglio il simbolo della Patria, l’attenzione ricade invece su vicende che attengono alla politica.
Al di là del sentimento più o meno forte di Nazione sul quale si deve riflettere, non si può rendere trascurabile il valore simbolico del Tricolore. Rappresentare nei tre colori la volontà di unire  anziché dividere è un compito che non possiamo demandare solo al passato. È poi paradossale che il richiamo all’unità rivolto ai cittadini venga da istituzioni e politici sempre divisi su tutto, almeno qualche volta si scusassero per non essere d’esempio. Purtroppo viviamo tempi nei quali sembra che ogni ideologia abbia bisogno di una propria bandiera per differenziarsi, nota una ragazza che scrive sul blog a proposito di una mia riflessione del 7 gennaio scorso. Anche la parola democrazia ha assunto sfumature diverse , e ciascuno conferisce a questa significati propri, producendo disorientamento nella nazione e soprattutto nei giovani. La domanda che questa giovane si pone, è come trovarsi uniti sotto ad un tricolore, senza dover per forza ricorrere al passato e guardando al caos del presente? Non è semplice rispondere, per quanto mi riguarda sono amareggiata da come l’eredità storica venga facilmente svilita e non difesa con orgoglio. La bandiera per un paese rappresenta lo Stato, il Tricolore rappresenta l’Italia e gli Italiani, non solo il politico di turno che viene invitato alle celebrazioni. Non è richiesto di condividere le idee di chi presenzia, che sia presidente della Camera o del Senato o un qualsiasi uomo politico. Non si è tenuti nemmeno a condividere i valori che un vicesindaco sostiene in riferimento al suo partito più che alla Città del Tricolore che proprio dalla bandiera trae il suo riconoscimento. Credo ci siano esempi che le istituzioni, in primo luogo, sono tenute a dare alle giovani generazioni. Non importa la presenza sul palco d’onore quanto piuttosto la coerenza e la consapevolezza di ciò che si rappresenta. Nient’altro, in un giorno dedicato invece al ricordo di chi in passato ed ancora oggi è modello di dedizione alla causa comune e al bene del paese. Penso ai giovani dei Fogli Tricolore, ricordati grazie al Comitato Primo Tricolore, penso ai rappresentanti dell’Arma che sfilano ogni anno nella piazza e a quei giovani soldati in mimetica che sostavano a fianco dei loro carri davanti al teatro Ariosto, sicuramente ignorati dai riflettori e dalle telecamere che seguivano il corteo. Sono loro che rimangono nel mio ricordo di questo 7 gennaio 2010, ragazzi che ci onorano per il servizio alla patria quando ci soccorrono nelle emergenze nazionali, dai terremoti alla spazzatura per intenderci, e che onoriamo doverosamente solo quando, vittime di spedizioni di guerra o di pace, ritornano nel nostro e loro paese avvolti nel drappo bianco, rosso e verde. Mi ha commosso la loro presenza semplice e silenziosa a rimarcare esibizionismi fuori luogo. Mi sono congratulata con uno di questi giovani soldati, nella fierezza del suo sorriso ho ritrovato il valore della festa e l’esempio più alto che le persone nella loro concretezza rendono ancora oggi alla Nazione e alla Bandiera.
 
 
Daniela Anna Simonazzi  
SOCIETA'
(Il Resto del Carlino - Reggio 07.01.09)
5 maggio 2009

Le commemorazioni delle feste civili hanno sempre avuto un’impronta convenzionale, forse per il peso politico che si vuole attribuire ad esse, è difficile abbandonare certi stereotipi, a favore di eventi più adatti alle nuove generazioni. Eppure è indiscutibile il valore della festa del Tricolore che si celebra, ogni anno, il 7 gennaio. Insegnare ai giovani ad onorare la Bandiera come simbolo di appartenenza e di unità, non solo legato alle competizioni sportive, è un dovere al quale, a volte, abbiamo abdicato. Poco efficaci, constatiamo dai recenti fatti accaduti, le condanne nei confronti di chi brucia i vessilli nazionali sulla pubblica piazza. Ed è anche da questi episodi, che riconosciamo il valore simbolico che la bandiera rappresenta nel contesto di cause giuste o sbagliate, che nel corso della storia si ripetono. Non mancano in effetti, esempi positivi di patriottismo, spesso dimenticati. Pensiamo a G.Compagnoni, il sacerdote cattolico che inventò il Tricolore e lo propose come bandiera della Repubblica Cispadana, per questo suo impegno, su richiesta del cardinale Mattei, dovette suo malgrado abbandonare l’abito talare . Come non ricordare poi, il contributo dato alla Resistenza da tanti giovani, alcuni dei quali scelsero proprio il tricolore come distintivo, è il caso delle formazioni Fiamme Verdi e di altri patrioti che iniziarono la lotta con l’esperienza singolare e straordinaria intitolata “Fogli Tricolore”. Stampa clandestina, opera di un gruppo di cattolici reggiani, simile alla Rosa Bianca tedesca, in opposizione al nazifascismo. Un episodio storico quasi sconosciuto eppure importantissimo, valorizzato unicamente per iniziativa dell’on. O.Montanari, autore anche di una pubblicazione. In terra reggiana oltre al grande sacrificio della famiglia Cervi gli esempi di fedeltà alla patria sono molteplici e tutti rispettabili. Per questo motivo io penso non sia necessario un pellegrinaggio a Gattatico, a Cà Marastoni o altrove per riconoscere il contributo dato. Senza nulla togliere all’importanza dei luoghi, credo sia necessario, in occasione del 7 gennaio, portare tutte le esperienze al centro di una commemorazione condivisa,  valorizzando le diverse memorie storiche. È giusto quindi, in questa circostanza, farlo nella città del Tricolore e nella sua storica sala.

Che dire poi, a proposito della scelta di invitare il Presidente della Camera, che proprio recentemente ha fatto un discorso di riconoscimento dei valori dell’antifascismo e quindi un atto critico nei confronti della sua vicenda politica e del suo partito? Cosa potrà rappresentare per gli eredi dell’antifascismo che non hanno mai guardato alla propria storia animati da spirito di verità , nonostante le sollecitazioni di molti ad ammettere le zone d’ombra?   

Il problema è che a differenza di altri paesi europei l’Italia non ha mai pensato che per essere veri democratici bisogna essere antifascisti ma anche anticomunisti. Proprio nella nostra città sono visibili le ferite prodotte da entrambe le ideologie, che Giovanni Paolo II definì i due grandi mali del ventesimo secolo. Dall’eccidio della Bettola ai càvon di Campagnola, dall’uccisione di don Borghi a quella di don Iemmi,… gli esempi non mancano. A Reggio più che altrove sostenere certe tesi è sempre stato impopolare. Affidiamo quindi al Tricolore, che regge molto bene il peso di oltre due secoli di storia, il compito simbolico ma necessario di unire tutti, anche nelle diversità ideali, politiche e ora più che mai culturali.

 

 

Daniela Anna Simonazzi

Lu Yuwei

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SOCIETA'
Il 25 aprile? Festa di giovani ma senza rancori (Il Resto del Carlino Reggio 25.04.09)
3 maggio 2009

“L’amore per la verità non ha colore”, scrissero i giovani de “La Nuova Penna”, nel primo numero del periodico dopo la Liberazione. Giovani, cresciuti al rullo dei tamburi, a cose retoriche e vuote, che si sentivano, a vent’anni, abbastanza forti per plasmare con le loro mani una nuova vita.

All’indomani del 25 aprile ’45, lottarono ancora, per conquistare una libertà piena e lo fecero attraverso il loro giornale. La loro certezza era che il raggiungimento dei valori per i quali avevano combattuto, avrebbe richiesto una lotta incruenta, ma non meno decisa, per impedire che nuove forme di fascismo sorgessero. Giovani, che fecero la scelta giusta subito, quando essere antifascisti non era così scontato, la maggior parte si aggregò nell’ultima ora. Giovani, che non amavano la menzogna e cercavano la verità e la giustizia. È di loro che si dovrebbe parlare oggi, per dare un’identità alla ricorrenza di quel lontano giorno del ’45. Fu festa soprattutto di giovani, gli stessi, che combatterono per venti lunghi mesi in clandestinità. Per questo, meritano il ricordo di chi oggi, nel pieno della giovinezza, è alla ricerca di riferimenti solidi. Noi adulti, come educatori,dobbiamo dialogare e metterci in ascolto, per capire cosa spinge alcuni ragazzi a scegliere ideologie che rappresentano una sconfitta per l’uomo. Abbiamo esempi di opposti estremismi nella nostra città, non chiudiamo gli occhi, di fronte ad episodi di duro scontro ideologico, recentemente accaduti. Ci sentiremo tutti più liberi, se finalmente sparissero dai muri e non solo, quei simboli odiosi, che hanno caratterizzato i più grandi crimini compiuti dall’uomo nel ventesimo secolo. Forse, alle nuove generazioni non è stata raccontata la storia? Eppure abbiamo tutto sotto gli occhi, basterebbe fare qualche viaggio della memoria a Fossoli e a Campagnola, se non si può andare più lontano, verso Auschwitz e Katyn. L’attenzione alle realtà giovanili spesso non è una priorità nei programmi politici, siamo inclini a costruire, ma non sul loro futuro. Ricordo, tra le iniziative da coltivare, l’incontro organizzato dal Prefetto nel 2007 a Marola con i ragazzi reggiani, idea buona che però non ha avuto una continuità. Se poi un giovane, vuole capire il significato della ricorrenza del 25 aprile, che oggi celebriamo, non lo chieda ai politici, vista la confusione che hanno saputo fare nel corso degli anni, molto meglio accostarsi a buone letture. “Il 25 aprile è la festa di tutti”, è stato il monito del Presidente della Repubblica, sembrerebbe ovvio, evidentemente non è così, o meglio, non lo è stato fino ad oggi. 

La Resistenza, fu un’esperienza multicolore, che mise in campo forze diverse, quindi, ricordare oggi il risultato di questa collaborazione, richiede che le varie componenti si riuniscano e implica un’apertura da parte di coloro che, in questi oltre sessant’anni, hanno dominato l’evento. Accogliere e rispettare le diverse esperienze, è un esigenza di giustizia, un primo passo nel far sentire il 25 aprile una festa condivisa, pur conservando memorie diverse. L’utilizzo, nel corso degli anni, di questo anniversario è noto a tutti, dalle piazze più orazioni politiche che memoria storica. Il nostro paese, ancora alla ricerca di un’identità, nelle ricorrenze ha sempre sofferto profonde divisioni. Ora si comincia a capire che, al contrario, possono unire, purchè la pacificazione non si trasformi in oblio. Festa della Liberazione quindi in piazza, ma non solo. Non si deve pensare che la piazza sia l’unico spazio per ricordare, anche se è stato privilegiato negli anni. Ci sono altri luoghi simbolici: monumenti e tombe dove posare un fiore, le nostre montagne dove uomini e donne hanno combattuto, le case dove i partigiani trovarono riparo, le chiese teatro di stragi disumane e ogni luogo che il sangue di un martire ha reso sacro.  

Il 25 aprile a Tapignola rimarrà nel cuore di tanti come esempio. Lontano dalla retorica celebrativa, ha saputo  regalare un sorriso anche a coloro che, per decenni, hanno vissuto la ricorrenza della festa circondati dal silenzio e dall’omertà, senza poter condividere il ricordo di quel lontano giorno di aprile, trascorso sulla soglia di casa, guardando all’orizzonte, nella speranza di rivedere un figlio, un fratello o un amico per stringerlo tra le braccia, invano.

 

Daniela Anna Simonazzi

 Albrecht Dürer - Gioacchino e Anna alla porta d'oro

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