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daniela anna simonazzi danielasimonazzi@alice.it

SOCIETA'
La pietra d'inciampo (Il Giornale di Reggio 03.03.10) (La Libertà 06.03.10)
3 marzo 2010
 

Proprio per la responsabilità che dovremmo avere di una memoria che rischia di andare perduta, ci saremmo aspettati un atto di coraggio- degno del Solitario- nel rendere nota la pregevole ristampa de La Penna, èdita grazie al contributo della Fondazione Manodori. In campo giornalistico è sicuramente un prodotto di nicchia, ma riservarlo a pochi appassionati non era certo nelle intenzioni di chi lo realizzò. Eppure, la storia di questo foglio indipendente rischia ancora la clandestinità. La Penna divenuta poi La Nuova Penna nel dopoguerra uscì per l’ultima volta nell’agosto del ’47 dopo la morte del Solitario. Cambiò undici tipografie sistematicamente sabotate, quando arrivava nelle edicole veniva fatta sparire o bruciata sulla pubblica piazza. Il periodico era scomodo a tal punto che Eros in cambio del silenzio de La Nuova Penna si disse disponibile a ritirare Il Garibaldino, perché riteneva il giornale – che raccoglieva molti simpatizzanti tra i cattolici- un grosso colpo all’egemonia comunista. Nel ventennale uscì un’edizione anastatica e anche questa operazione non lasciò traccia, nessuna biblioteca ne possiede una copia. La Nuova Penna rimane, fino ad anni recenti, un foglio destinato ad essere custodito in qualche luogo nascosto in attesa di una legittimazione.

Ho appreso la notizia della presentazione da un passaparola che circolava tra i soliti estimatori  presenti sabato insieme ad una rappresentanza di politici: alcuni a distribuire bigliettini con le indicazioni di voto, altri forse alla ricerca di figure autorevoli- come Il Solitario- per rafforzare immagini di partito sempre più fatiscenti.

“È sempre meglio essere cauti”è stata la risposta a chi chiedeva le ragioni della scelta del luogo, prestigioso, ma col limite di non essere uno spazio così divulgativo. Del resto, gli inviti, pochi e mirati, hanno fatto sì che a gremire la sala fosse un pubblico selezionato, al punto che l’assenza del popolo dell’ANPI era evidente ed emblematica di come certi sodalizi vengano meno quando a passare alla storia è la componente minoritaria ma luminosa del capitolo resistenziale: quella legata al mondo cattolico. Apprezzabili sono stati anche gli interventi dei politici, forse disarmati di fronte a valori più che mai sviliti nel loro mondo: l’onestà, la generosità anche materiale in tempi di grande povertà, la coerenza ad una fede mai sottomessa e il desiderio di giustizia. Mi chiedo perché non sia stato coinvolto l’assessorato alla Cultura, che ritiene il discorso sulla Resistenza “argomento non residuale”, oltre all’Ateneo reggiano o gli studenti delle scuole superiori. Dico questo non per polemizzare attorno ad un’iniziativa che ho sempre sostenuto e che si è conclusa col bel volume pubblicato da Diabasis, ma perchè credo che i giovani protagonisti dell’esperienza de La Penna prima e La Nuova Penna poi, abbiano lasciato un grande vuoto nella nostra realtà: vuoto di pensiero che non accettava la standardizzazione, convinti che il senso democratico potesse scaturire solo dal confronto e non dall’unicità. La loro assenza pesa ancora oggi e la si può colmare solo accogliendo la loro eredità morale non come un peso ma come una ricchezza.

Ci sono alcuni passaggi discutibili nei saggi introduttivi ma il valore è da riscoprire nel documento, di per sé eloquente, in questi travagliati fogli frutto del sacrificio di un gruppo di giovani contrari ad ogni ideologia e in cerca di verità. Trovo ipocrita colpevolizzare Pansa per la difficoltà di raccontare vicende- come quella del Solitario- resa nota a livello nazionale grazie a lui. Il giornalista si è inserito in un solco creato dagli storici stessi, dai loro silenzi e dall’ incapacità di confrontarsi. Incensare sempre e soltanto il proprio operato ritenendo gli altri contributi dannosi, parziali o “militanti” non è d’aiuto alle cause anche più nobili. Fuorviante poi etichettare l’esperienza di Corezzola e Morelli come “anticomunismo immaturo, probabilmente di destra, ma senz’altro democratico”. Non avrei dubbi sul senz’altro democratico, furono giovani che si batterono sempre e soltanto con la loro penna contro chi ancora impugnava le armi, i primi veri antifascisti autori dei Fogli Tricolore, per approdare dopo la lotta resistenziale in montagna ad una seconda resistenza contro i pericoli di un nuovo regime. Mettere in risalto la seconda esperienza sottovalutando la prima crea inevitabilmente degli equivoci. Furono anticomunisti con La Nuova Penna tanto quanto furono antifascisti coi Fogli Tricolore. Non creiamo motivo in qualche nostalgico di appropriarsi di questa singolare esperienza giornalistica apartitica per fini strumentali.

Non mi pare poi appropriata la solita tesi della violenza che causa violenza,  perché le vicende raccontate ne La Nuova Penna smentiscono questa dinamica: a tante uccisioni di innocenti le famiglie risposero- in modo forse originale- con la mitezza e il perdono.

Prendiamo come una battuta scherzosa l’idea che un vaccino avrebbe potuto salvare il Solitario, è un’opinione ottimistica considerando la promessa di Morelli nel voler denunciare i mandanti in vista di processi scomodi come quello dell’amico Azor  e dall’altra parte la determinazione nel voler stroncare una voce libera. È doveroso un ringraziamento alla famiglia Morelli, custode nel silenzio di una memoria tanto preziosa. Senza i loro ricordi quale storia potremmo raccontare oggi del Solitario? Per riscoprire la grandezza di giovani che furono pietra d’inciampo per chi non aveva chiare le basi della democrazia, giova, oltre le centinaia di note storiche, l’espressione di un poeta che nel ricordarli si è servito di poche riconoscenti parole: “ Di questo paese i figli più belli”.

 

Daniela Anna Simonazzi

 

SOCIETA'
Occhi di cielo ( Il Giornale di Reggio 16.02.10) (La Libertà 20.02.10)
26 febbraio 2010

“Occhi di cielo non abbandonarmi in pieno volo. Se il sole che mi illumina un giorno si spegnesse e una notte buia vincesse sulla mia vita, i tuoi occhi mi illuminerebbero…”. Così cantava Caterina, figlia del noto giornalista Antonio Socci,  nel coro degli universitari. Quattro mesi fa, alla vigilia della sua laurea, un fatale arresto cardiaco l’ha portata al coma dal quale non si è ancora risvegliata . Ora le sue condizioni di salute sono leggermente migliorate, il cuore batte autonomamente, ma come dice il padre rispondendo alle innumerevoli richieste di notizie “ è una lotta drammatica”.

Quella di Caterina non è una storia che ha catturato l’attenzione di quel mondo mediatico così solerte nel raccontare fatti che possano creare uno scontro ideologico, come ci ricorda, in  questi giorni, la vicenda di Eluana.

Eppure, anche nel silenzio, la storia di Caterina sta cambiando la vita di molti. Tanti i giovani che in questi mesi, ogni sera, in ospedale, si sono raccolti in preghiera per lei. Tanti i malati che hanno offerto conforto alla famiglia e le persone che hanno scritto parole di speranza per la sua guarigione. Un vero miracolo quello che si sta compiendo attorno a questa ragazza di ventiquattro anni colta nel pieno della vita da una prova così grande. È impossibile rimanere  indifferenti pensandola immobile in un letto, o trattenere l’emozione ascoltando, sul blog creato dagli amici, il suo canto a Maria tratto da un laudario del XIII secolo. Come non provare tenerezza per la sua persona in condizioni di sofferenza così estreme e solidarietà per la sua famiglia e tante altre che vivono la medesima situazione. Nella libertà di coscienza, segno di speranza e monito per tutti alla sacralità della vita. Il loro esempio ci fa capire che la fede non protegge dal male ma quando è forte sostiene. Testimonianze  preziose in una realtà di “indifferenti al Mistero” e più incline a “democratiche soluzioni eutanasiche”, come recita il nostro cantore Giovanni Lindo Ferretti.

Ho avuto modo di conoscere Antonio Socci in seguito ad una sua trasmissione di Excalibur. Fu lui a raccontare per primo in televisione dei nostri giovani eroi cattolici della Resistenza. Poi ci fu una piacevole conversazione in occasione del “25 aprile a Tapignola”, iniziativa che lui accolse subito con grande entusiasmo. La percezione è stata di un uomo sensibile e coraggioso. Certo anche per chi è forte ci sono situazioni della vita nelle quali è inevitabile fare i conti con l’angoscia e la paura. La felicità dei figli è il desiderio segreto di ogni padre e di ogni madre. Guardando a queste situazioni ci rendiamo conto di possedere molte cose ma non  l’essenziale: quel lieve battito che dà la vita. Il mese di febbraio dedicato alla Vita, ai malati e ai sofferenti, ci dovremmo stringere, invocando la protezione della Madonna, alle tante persone che come Caterina ci inducono a riflettere sul valore della persona in ogni condizione. È necessaria la consapevolezza che la sofferenza non si può capire né spiegare, la si può però riempire di presenza. Per le famiglie sono croci pesanti se portate in solitudine. Antonio ed Alessandra insieme ai loro figli sono sostenuti  dall’aiuto dei medici che amorevolmente curano la loro adorata figlia, dalla solidarietà di tanti amici e tantissime persone mai conosciute prima, ma quanti altri restano soli? Qualcuno si chiede dov’è Dio in queste sofferenze…se ci fosse un Dio non permetterebbe un dolore simile… dov’era Dio quanto Cristo soffriva sulla croce… Gli uomini di Chiesa dicono che era lì e soffriva con Lui e ancora oggi è accanto a chi è crocifisso ad un letto di malattia. Quanta grazia da queste croci dolenti spogliate di ogni cosa ma mai della dignità. Quanto bene Caterina ha seminato in questi mesi di malattia. Confidiamo nella scienza medica e nel miracolo della fede affinché possa riprendere il suo canto alla vita.       

 

Daniela Anna Simonazzi

SOCIETA'
A proposito del Tricolore (Il Giornale di Reggio 12.01.10)
13 gennaio 2010

 

La mattina del 7 gennaio mentre percorrevo le vie della città per raggiungere la piazza, alcune signore si chiedevano il perché di tanti agenti di polizia in servizio, in effetti, bandiere alle finestre per ricordare il giorno di festa non se ne vedevano, gli unici stendardi tricolore sventolavano dal palazzo del municipio. Non so se nelle scuole elementari la ricorrenza sia ricordata in modo solenne come un tempo, penso però che i bambini dovrebbero essere in piazza, per suscitare in loro quelle emozioni che il rito dell’alzabandiera, le sfilate di militari in divisa, scandite dal tamburino, con i làbari ricordo d’altri tempi, riescono ancora trasmettere. Purtroppo di bambini neanche l’ombra, la maggior parte degli spettatori erano anziani. Non sarebbe più gioiosa una piazza allietata dall’entusiasmo delle scolaresche e rallegrata dallo sventolìo di bandierine tricolori, magari costruite in classe con le proprie mani? Basta poco per dare ai piccoli il senso della festa. Per chi non è più bambino le cose cambiano perché si vuole essere protagonisti di un evento nel quale soltanto gli onori sono dovuti. La polemica di questi giorni non riguarda però come celebrare al meglio il simbolo della Patria, l’attenzione ricade invece su vicende che attengono alla politica.
Al di là del sentimento più o meno forte di Nazione sul quale si deve riflettere, non si può rendere trascurabile il valore simbolico del Tricolore. Rappresentare nei tre colori la volontà di unire  anziché dividere è un compito che non possiamo demandare solo al passato. È poi paradossale che il richiamo all’unità rivolto ai cittadini venga da istituzioni e politici sempre divisi su tutto, almeno qualche volta si scusassero per non essere d’esempio. Purtroppo viviamo tempi nei quali sembra che ogni ideologia abbia bisogno di una propria bandiera per differenziarsi, nota una ragazza che scrive sul blog a proposito di una mia riflessione del 7 gennaio scorso. Anche la parola democrazia ha assunto sfumature diverse , e ciascuno conferisce a questa significati propri, producendo disorientamento nella nazione e soprattutto nei giovani. La domanda che questa giovane si pone, è come trovarsi uniti sotto ad un tricolore, senza dover per forza ricorrere al passato e guardando al caos del presente? Non è semplice rispondere, per quanto mi riguarda sono amareggiata da come l’eredità storica venga facilmente svilita e non difesa con orgoglio. La bandiera per un paese rappresenta lo Stato, il Tricolore rappresenta l’Italia e gli Italiani, non solo il politico di turno che viene invitato alle celebrazioni. Non è richiesto di condividere le idee di chi presenzia, che sia presidente della Camera o del Senato o un qualsiasi uomo politico. Non si è tenuti nemmeno a condividere i valori che un vicesindaco sostiene in riferimento al suo partito più che alla Città del Tricolore che proprio dalla bandiera trae il suo riconoscimento. Credo ci siano esempi che le istituzioni, in primo luogo, sono tenute a dare alle giovani generazioni. Non importa la presenza sul palco d’onore quanto piuttosto la coerenza e la consapevolezza di ciò che si rappresenta. Nient’altro, in un giorno dedicato invece al ricordo di chi in passato ed ancora oggi è modello di dedizione alla causa comune e al bene del paese. Penso ai giovani dei Fogli Tricolore, ricordati grazie al Comitato Primo Tricolore, penso ai rappresentanti dell’Arma che sfilano ogni anno nella piazza e a quei giovani soldati in mimetica che sostavano a fianco dei loro carri davanti al teatro Ariosto, sicuramente ignorati dai riflettori e dalle telecamere che seguivano il corteo. Sono loro che rimangono nel mio ricordo di questo 7 gennaio 2010, ragazzi che ci onorano per il servizio alla patria quando ci soccorrono nelle emergenze nazionali, dai terremoti alla spazzatura per intenderci, e che onoriamo doverosamente solo quando, vittime di spedizioni di guerra o di pace, ritornano nel nostro e loro paese avvolti nel drappo bianco, rosso e verde. Mi ha commosso la loro presenza semplice e silenziosa a rimarcare esibizionismi fuori luogo. Mi sono congratulata con uno di questi giovani soldati, nella fierezza del suo sorriso ho ritrovato il valore della festa e l’esempio più alto che le persone nella loro concretezza rendono ancora oggi alla Nazione e alla Bandiera.
 
 
Daniela Anna Simonazzi  
SOCIETA'
Dal bipolarismo alla nuova informazione (...) ( Il Giornale di Reggio 11.10.09)
11 ottobre 2009

Un famoso detto cipriota racconta di un vecchio saggio che esortava ad amare il proprio paese. Un giorno, un giovane gli chiese: “ Il mio paese è diviso in due, quale parte devo amare?”. I nostri giovani invece quale paese si troveranno tra le mani, se non si colmerà il solco creato da una cattiva politica? La percezione è che, crollato il muro delle ideologie (col relativo disorientamento), si sia innalzato il muro dell’incomprensione. Il sistema bipolare, applicato prematuramente ad un paese come il nostro, si sta rivelando uno strumento pericoloso nelle mani di uomini ancora troppo legati al passato, incapaci di confrontarsi in un dibattito civile, come accade in altre democrazie. In una situazione nella quale il paese rischia di perdere la sua credibilità, sembra inutile richiamare al rigore chi ha ruoli istituzionali, o smuovere una classe dirigente sempre più distratta o concentrata su se stessa . Nonostante ciò, il bombardamento mediatico fa sì che si guardi a questi leaders temporanei come a moderne divinità, a prescindere dai valori etici e morali.  L’altro ieri, l’aula del Senato, era quasi deserta, si parlava del disastro nel messinese. Raro, anzi impossibile, vedere la poltrona di un politico vuota in qualche trasmissione televisiva. Nell’attuale situazione sarebbe opportuno abbassare i toni della polemica per concentrarsi, con un po’di buonsenso, sui problemi di un paese devastato dalla crisi, dalla cattiva gestione del territorio e da altre questioni. Bisogna sciogliere quei nodi che contribuiscono a paralizzare il paese, come l’influenza sempre più marcata tra un organo di potere e l’altro: politica-stampa, politica-magistratura, politica-scuola, politica-sanità, politica-televisione, politica-Fondazioni…, la politica incide pesantemente in ogni contesto. È evidente l’uso strumentale che si sta facendo, ad esempio, in merito alla libertà di stampa. Nel nostro paese i giornalisti che vivono sotto scorta sono quelli che parlano di mafia e non di gossip politico. Le manifestazioni di parte non servono, a meno che, per libertà di stampa, si intenda la salvaguardia di quella parte di esponenti di partito più attivi in campo editoriale che parlamentare. Anzi, l’iniziativa ha messo l’Italia sotto i riflettori europei, rafforzando così l’immagine negativa del nostro paese all’estero. Un contributo alla tematica, si è avuto invece al festival di giornalismo, che ha richiamato esponenti dell’informazione da tante parti del mondo nella città di Ferrara. Tanti giovani, senza bandiere, in fila per ascoltare le testimonianze di giornalisti e scrittori, rassicurano sul futuro del nostro paese. Questa terza edizione, dedicata ad Anna Politkovskaja, uccisa tre anni fa per le sue inchieste sulla Cecenia, la dice lunga sul valore della libertà. Certo sono esempi rari, rispetto ai cattivi maestri della stampa nazionale a servizio della politica o degli editori, piuttosto che della buona informazione. Anche nella storia dei giornalisti reggiani è impressa un’icona. Purtroppo il suo servizio alla verità rimane quello di un eroe “solitario”. Nel dopoguerra pagò con la vita per le sue inchieste su uccisioni di  uomini non allineati politicamente. La figura luminosa di questo giovane, ancora oggi, per alcuni può risultare scomoda. Dopo diverse proposte, sostenute anche da questo giornale, mai nulla è stato fatto affinchè rimanga un segno visibile del suo impegno. Il periodico indipendente “La Nuova Penna” da lui creato insieme ad altri coraggiosi, uscì per venticinque pubblicazioni, da undici diverse tipografie, sistematicamente sabotate. Eppure quando riusciva a vedere la luce e a non essere bruciato sulla piazza, superava i confini nazionali. Ora, l’edizione anastatica, dopo essere passata da un editore all’altro, da molto tempo è in attesa di pubblicazione. “Libertà va cercando…”
 


 

Niki de Saint Phalle  - Nana

SOCIETA'
Perchè rassegnarsi alle verità mancate? ( Il Resto del Carlino - Reggio 10.08.09)
10 agosto 2009

“Una memoria che continua a dividere”è la sintesi del dibattito che da alcune settimane, anzi, da anni, irrompe sui giornali locali. Il direttore Davide Nitrosi, che conosce bene le dinamiche reggiane, esprime un’opinione condivisibile.

Le vicende resistenziali , hanno una ripercussione evidente sulla nostra storia attuale, perché costruirono, nel bene e nel male, le basi della convivenza dal dopoguerra ad oggi.  L’iniziativa della chiesa reggiana nel 1995, di un percorso di riconciliazione, a distanza di anni ci interpella nella sua proposta, anche laica, che continua ad avere molti avversari. Il confronto è aspro e nessuno vuole deporre per un attimo le proprie sicurezze, su vicende che mostrano contorni ancora incerti. Penso ad esempio, alle recenti rivelazioni di un famoso storico, in merito alla strage di Monte Sole, il quale, nel difendere l’operato dei partigiani, accusati di avere provocato l’eccidio, ridimensiona notevolmente il numero delle vittime che non sarebbero 1830 ma 770. Un passo avanti rispetto alla retorica resistenziale. Nulla toglie alla gravità del massacro, dimostra altresì, che molta strada rimane da fare per arrivare alla verità dei fatti. In questa direzione dovrebbero operare gli istituti preposti alla ricerca storica, che dal dopoguerra in poi, hanno spesso rinchiuso la memoria anziché custodirla, compito al quale le famiglie, grazie a Dio, non hanno abdicato . Ancora nel duemila, si riteneva fosse prematuro aprire gli armadi a chi, animato da desiderio di verità, voleva portare alla luce una vicenda scomoda. La mancata collaborazione non mi ha impedito di andare avanti, pensando ai giovani, che hanno diritto di vivere in un contesto civico di piena libertà . In passato, soprattutto sui fatti del dopoguerra, si è cercato di pilotare la storia per fini politici, ora è auspicabile una maggiore apertura degli istituiti, per non correre il rischio di rimanere scuola di pensiero unico.  Nella ricerca della verità le istituzioni sono state assenti e la giustizia, come spesso accade in Italia, pensiamo alla strage del 2 agosto a Bologna, ha avuto un percorso incompiuto. Pare ci si debba rassegnare alla mancanza di verità. Ancora oggi, le famiglie vivono in solitudine i loro lutti e in alcuni casi sono vittime di strumentalizzazioni. Altra cosa è il rispetto per le memorie, anche quelle scomode, sulle quali in passato si è steso un  pesante velo da poco rimosso.

Nella nostra città, questa rimozione non è stata un percorso facile  e continua a lasciare spazi nei quali  lo scontro politico non cede alla compassione.

Compassione che diventa doverosa quando si parla di sangue versato, un rispettoso silenzio è preferibile ad un conviviale racconto in osteria.  Quanto poi ai simboli nei luoghi di memoria, credo che le famiglie abbiano il diritto di essere esaudite nei propri desideri, la continua sequenza di innalzare croci per poi vederle abbattere,  rischia di cadere nel ridicolo . Dovremmo avere la pietà di chinarci su tutti i morti per arrivare ad una pacificazione. Sull’esempio delle donne, che seppero comprendere opposti orizzonti di giovani che fecero scelte differenti . Pensiamo all’incontro tra la madre di don Pasquino e la madre del giovane che sparò dal plotone di esecuzione.

Su queste vicende dolorose, si può continuare a discutere e rimanere fermi allo stesso punto se non si compie un atto di umanità. Se dopo anni di silenzio, sono le storie che chiedono di essere raccontate, forse, è perché chiedono verità e giustizia per poter finalmente riposare.

 

Daniela Anna Simonazzi

       

(Dedico ad Azor e Il Solitario, in occasione degli anniversari 2 e 9 agosto, questa personale riflessione).


 

  Camillo Procaccini- Riposo in Egitto 
 

SOCIETA'
(Il Resto del Carlino - Reggio 07.01.09)
5 maggio 2009

Le commemorazioni delle feste civili hanno sempre avuto un’impronta convenzionale, forse per il peso politico che si vuole attribuire ad esse, è difficile abbandonare certi stereotipi, a favore di eventi più adatti alle nuove generazioni. Eppure è indiscutibile il valore della festa del Tricolore che si celebra, ogni anno, il 7 gennaio. Insegnare ai giovani ad onorare la Bandiera come simbolo di appartenenza e di unità, non solo legato alle competizioni sportive, è un dovere al quale, a volte, abbiamo abdicato. Poco efficaci, constatiamo dai recenti fatti accaduti, le condanne nei confronti di chi brucia i vessilli nazionali sulla pubblica piazza. Ed è anche da questi episodi, che riconosciamo il valore simbolico che la bandiera rappresenta nel contesto di cause giuste o sbagliate, che nel corso della storia si ripetono. Non mancano in effetti, esempi positivi di patriottismo, spesso dimenticati. Pensiamo a G.Compagnoni, il sacerdote cattolico che inventò il Tricolore e lo propose come bandiera della Repubblica Cispadana, per questo suo impegno, su richiesta del cardinale Mattei, dovette suo malgrado abbandonare l’abito talare . Come non ricordare poi, il contributo dato alla Resistenza da tanti giovani, alcuni dei quali scelsero proprio il tricolore come distintivo, è il caso delle formazioni Fiamme Verdi e di altri patrioti che iniziarono la lotta con l’esperienza singolare e straordinaria intitolata “Fogli Tricolore”. Stampa clandestina, opera di un gruppo di cattolici reggiani, simile alla Rosa Bianca tedesca, in opposizione al nazifascismo. Un episodio storico quasi sconosciuto eppure importantissimo, valorizzato unicamente per iniziativa dell’on. O.Montanari, autore anche di una pubblicazione. In terra reggiana oltre al grande sacrificio della famiglia Cervi gli esempi di fedeltà alla patria sono molteplici e tutti rispettabili. Per questo motivo io penso non sia necessario un pellegrinaggio a Gattatico, a Cà Marastoni o altrove per riconoscere il contributo dato. Senza nulla togliere all’importanza dei luoghi, credo sia necessario, in occasione del 7 gennaio, portare tutte le esperienze al centro di una commemorazione condivisa,  valorizzando le diverse memorie storiche. È giusto quindi, in questa circostanza, farlo nella città del Tricolore e nella sua storica sala.

Che dire poi, a proposito della scelta di invitare il Presidente della Camera, che proprio recentemente ha fatto un discorso di riconoscimento dei valori dell’antifascismo e quindi un atto critico nei confronti della sua vicenda politica e del suo partito? Cosa potrà rappresentare per gli eredi dell’antifascismo che non hanno mai guardato alla propria storia animati da spirito di verità , nonostante le sollecitazioni di molti ad ammettere le zone d’ombra?   

Il problema è che a differenza di altri paesi europei l’Italia non ha mai pensato che per essere veri democratici bisogna essere antifascisti ma anche anticomunisti. Proprio nella nostra città sono visibili le ferite prodotte da entrambe le ideologie, che Giovanni Paolo II definì i due grandi mali del ventesimo secolo. Dall’eccidio della Bettola ai càvon di Campagnola, dall’uccisione di don Borghi a quella di don Iemmi,… gli esempi non mancano. A Reggio più che altrove sostenere certe tesi è sempre stato impopolare. Affidiamo quindi al Tricolore, che regge molto bene il peso di oltre due secoli di storia, il compito simbolico ma necessario di unire tutti, anche nelle diversità ideali, politiche e ora più che mai culturali.

 

 

Daniela Anna Simonazzi

Lu Yuwei

Lu Yuwei  ??? -  Windows
 


 

SOCIETA'
Il 25 aprile? Festa di giovani ma senza rancori (Il Resto del Carlino Reggio 25.04.09)
3 maggio 2009

“L’amore per la verità non ha colore”, scrissero i giovani de “La Nuova Penna”, nel primo numero del periodico dopo la Liberazione. Giovani, cresciuti al rullo dei tamburi, a cose retoriche e vuote, che si sentivano, a vent’anni, abbastanza forti per plasmare con le loro mani una nuova vita.

All’indomani del 25 aprile ’45, lottarono ancora, per conquistare una libertà piena e lo fecero attraverso il loro giornale. La loro certezza era che il raggiungimento dei valori per i quali avevano combattuto, avrebbe richiesto una lotta incruenta, ma non meno decisa, per impedire che nuove forme di fascismo sorgessero. Giovani, che fecero la scelta giusta subito, quando essere antifascisti non era così scontato, la maggior parte si aggregò nell’ultima ora. Giovani, che non amavano la menzogna e cercavano la verità e la giustizia. È di loro che si dovrebbe parlare oggi, per dare un’identità alla ricorrenza di quel lontano giorno del ’45. Fu festa soprattutto di giovani, gli stessi, che combatterono per venti lunghi mesi in clandestinità. Per questo, meritano il ricordo di chi oggi, nel pieno della giovinezza, è alla ricerca di riferimenti solidi. Noi adulti, come educatori,dobbiamo dialogare e metterci in ascolto, per capire cosa spinge alcuni ragazzi a scegliere ideologie che rappresentano una sconfitta per l’uomo. Abbiamo esempi di opposti estremismi nella nostra città, non chiudiamo gli occhi, di fronte ad episodi di duro scontro ideologico, recentemente accaduti. Ci sentiremo tutti più liberi, se finalmente sparissero dai muri e non solo, quei simboli odiosi, che hanno caratterizzato i più grandi crimini compiuti dall’uomo nel ventesimo secolo. Forse, alle nuove generazioni non è stata raccontata la storia? Eppure abbiamo tutto sotto gli occhi, basterebbe fare qualche viaggio della memoria a Fossoli e a Campagnola, se non si può andare più lontano, verso Auschwitz e Katyn. L’attenzione alle realtà giovanili spesso non è una priorità nei programmi politici, siamo inclini a costruire, ma non sul loro futuro. Ricordo, tra le iniziative da coltivare, l’incontro organizzato dal Prefetto nel 2007 a Marola con i ragazzi reggiani, idea buona che però non ha avuto una continuità. Se poi un giovane, vuole capire il significato della ricorrenza del 25 aprile, che oggi celebriamo, non lo chieda ai politici, vista la confusione che hanno saputo fare nel corso degli anni, molto meglio accostarsi a buone letture. “Il 25 aprile è la festa di tutti”, è stato il monito del Presidente della Repubblica, sembrerebbe ovvio, evidentemente non è così, o meglio, non lo è stato fino ad oggi. 

La Resistenza, fu un’esperienza multicolore, che mise in campo forze diverse, quindi, ricordare oggi il risultato di questa collaborazione, richiede che le varie componenti si riuniscano e implica un’apertura da parte di coloro che, in questi oltre sessant’anni, hanno dominato l’evento. Accogliere e rispettare le diverse esperienze, è un esigenza di giustizia, un primo passo nel far sentire il 25 aprile una festa condivisa, pur conservando memorie diverse. L’utilizzo, nel corso degli anni, di questo anniversario è noto a tutti, dalle piazze più orazioni politiche che memoria storica. Il nostro paese, ancora alla ricerca di un’identità, nelle ricorrenze ha sempre sofferto profonde divisioni. Ora si comincia a capire che, al contrario, possono unire, purchè la pacificazione non si trasformi in oblio. Festa della Liberazione quindi in piazza, ma non solo. Non si deve pensare che la piazza sia l’unico spazio per ricordare, anche se è stato privilegiato negli anni. Ci sono altri luoghi simbolici: monumenti e tombe dove posare un fiore, le nostre montagne dove uomini e donne hanno combattuto, le case dove i partigiani trovarono riparo, le chiese teatro di stragi disumane e ogni luogo che il sangue di un martire ha reso sacro.  

Il 25 aprile a Tapignola rimarrà nel cuore di tanti come esempio. Lontano dalla retorica celebrativa, ha saputo  regalare un sorriso anche a coloro che, per decenni, hanno vissuto la ricorrenza della festa circondati dal silenzio e dall’omertà, senza poter condividere il ricordo di quel lontano giorno di aprile, trascorso sulla soglia di casa, guardando all’orizzonte, nella speranza di rivedere un figlio, un fratello o un amico per stringerlo tra le braccia, invano.

 

Daniela Anna Simonazzi

 Albrecht Dürer - Gioacchino e Anna alla porta d'oro

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