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daniela anna simonazzi danielasimonazzi@alice.it

SOCIETA'
Le Foibe: l’oblio non si gestisce, la realtà va liberata (7per24.it 14.02.17)
19 febbraio 2017

È ricorrente, quando si tratta di celebrazioni che chiamano in causa la memoria, parlare di “strumentalizzazione”. È tipico nel tempo in cui viviamo che l’uomo voglia gestirsi la vita da solo senza tenere conto della propria origine e accade che volendo controllare allo stesso modo la memoria, inevitabilmente sbatta contro la propria tragicità. Alcune vicende si vogliono dimenticare o si tagliano dai libri di storia, mentre ad ogni costo se ne difendono altre. La realtà ci dimostra però che non si è in grado di gestire l’oblio, perché alcuni eventi dei quali ci vogliamo disfare, ritornano.

Poi c’è la nostalgia che cerca di mantenere vivo un fatto a tutti i costi, in contrasto con la storia e con la cultura. È un’operazione di selezione e di isolamento di un accadimento staccato da ogni contesto e dall’insieme. Nostalgia e oblio sono le due facce di una stessa medaglia. Oggi assistiamo all’uso di termini nati in un preciso momento storico per definire le persone o gli antagonisti politici, dimenticando che viviamo in un contesto culturale completamente cambiato. Ma oggi è utile vista la ricorrenza del 10 febbraio, riflettere sul perché dall’istituzione della Giornata del Ricordo, con una legge del 30 marzo 2004, dopo anni di indifferenza, ancora si assiste allo scontro ideologico. A chi si deve imputare la colpa di decenni di silenzio? Perché la storiografia ha atteso così tanto prima di rendere giustizia a tanti uomini e donne del nostro paese che sono stati deportati dalle loro case o barbaramente gettati nelle viscere della terra? Ora ci si meraviglia che nel vuoto lasciato per anni dal riconoscimento dei fatti storici la politica si sia inserita e ne abbia fatto un uso strumentale. La nostra città, che vanta primati in alcuni settori, non ha mai primeggiato nel colmare le tanto evocate zone d’ombra della storia.

Ricordo che i primi eventi legati alla celebrazione del 10 febbraio in città risalgono al 2008 e furono una mostra fotografica sulle vicende del popolo istriano-fiumano-dalmata nei Chiostri di San Domenico che non rendeva per niente onore alla tragedia di cui si doveva fare memoria (c’erano foto cadute sul pavimento, mancavano le didascalie, si percepiva la poca cura nell’allestimento) e un convegno promosso dalle istituzioni reggiane senza tanto clamore in una saletta di Palazzo Magnani, la sala riunioni. Il tema era “Foibe: per non dimenticare”, ma alla fine il messaggio era che per il bene di tutti era meglio dimenticare o perlomeno non parlarne troppo. Protagonisti del confronto infuocato erano il giornalista Marcello Veneziani e la ricercatrice Nevenka Troha, coordinatore Corrado Guerra. Al termine del convegno il dibattito si era così acceso che qualcuno ha esordito che forse era meglio non parlare del tema perché divisivo, qualcun’ altro che c’erano giustificazioni a tanta violenza date dal contesto storico… Il dibattito prese la piega dei temi altrettanto tragici che colpirono la nostra terra nel periodo resistenziale e nel dopoguerra.

A tale riguardo propongo la lettura a mio parere interessante di una ricerca di Luca Pignataro pubblicata su Nuova Storia Contemporanea nell’ottobre del 2006- Il paese delle foibe nel triangolo della morte- ( anche sul sito http://digilander.libero.it/le foibe/), che prende spunto dal coraggio dei giovani giornalisti de La Nuova Penna ( pubblicazione che tutti i reggiani dovrebbero conoscere). Furono anticipatori di ciò che la storiografia e il giornalismo hanno ignorato per decenni. Oggi abbiamo la conferma che la storia si ripropone a dispetto delle dimenticanze, delle nostalgie e delle strumentalizzazioni che la fragilità dell’uomo porta con sé.




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SOCIETA'
Tricolore: l’autocelebrazione delle autorità. Non è qui la festa (7per24.it 08.01.16)
9 gennaio 2016

“Dall’opera rock al requiem” viene da pensare a chi ha assistito al rivoluzionario musical Jesus Christ Superstar in scena al Valli la vigilia della festa del Tricolore, e si troverà oggi nello stesso teatro per le celebrazioni del 7 gennaio. Entusiasmo e modernità contro il trionfo del presenzialismo e di un forzato patriottismo. Molte volte ho partecipato alle celebrazioni del 7 gennaio e ho scritto a proposito del tricolore. Doverosa la scelta dell’amministrazione di togliere le umilianti transenne come pure lo sforzo di aver messo a disposizione cento posti per i cittadini, il che ammette l’impostazione di una festa inspiegabilmente blindata nel corso degli anni. Si avverte la mancanza di sinergia tra i diversi ambiti culturali, ma soprattutto mancano le idee per dare slancio all’evento. Il copione si ripete ogni anno fedelmente, spicca su tutto non tanto la celebrazione del tricolore, quanto piuttosto l’autocelebrazione delle istituzioni, una moltitudine di amministratori, sindaci, presidenti, vice, e rappresentanti di gruppi o associazioni varie compiaciuti e compiacenti, molti in cerca di visibilità: una cuccagna per i fotografi. Al contrario, nella platea del teatro, gruppi di studenti con lo sguardo divertito e visibilmente annoiato, intenti a inviare messaggi con i loro telefonini più che ad ascoltare. Se c’è una cosa che ho sempre percepito è l’artificiosità dei discorsi e la mancanza di spontaneità alla base di una narrazione del simbolo nazionale che si ripete senza passione.

befana palo

La disaffezione per il concetto di patriottismo è una realtà; in terra reggiana, poi, l’ardore per la bandiera non c’è mai stato. Se si sfoglia la stampa locale più remota alla pagina del 7 gennaio, si scopre che le cronache cittadine riservavano ampio risalto alla festa della Befana più che al Tricolore. Non è un mistero poi che la città “Medaglia d’oro della Resistenza” non abbia mai valorizzato la componente resistenziale fatta di giovani che portavano il tricolore al collo, impopolari rispetto a chi sfoggiava il fazzoletto scarlatto. Il concetto di spaziare e allargare lo sguardo e il confrontarsi sulle idee da veri democratici non ha mai caratterizzato la storia reggiana. È bene ricordare i protagonisti dei Fogli Tricolore: prima patrioti poi partigiani, osteggiati e alcuni anche eliminati fisicamente durante e dopo la guerra. Non hanno mai avuto spazio adeguato nella memoria collettiva.

palco sbadiglio

Loro, da autentici difensori della patria, alzarono la voce tra i primi per richiamare l’attenzione su quello che divenne l’esodo istriano. Ancora oggi si cerca di chiudere gli occhi su ciò che accadde in quelle terre, lo dimostrano i viaggi (reggiani) di una memoria che continua a dimenticare una parte della storia. Anche oggi è occasione per riflettere sulla memoria. La memoria per legge non si educa, la memoria è un insieme di fattori complessi non è semplificabile e traducibile per decreto.Nella memoria dei giovani ora spettatori le sequenze di oggi 7 gennaio avranno un peso, a loro spetterà in futuro dare significato. I cambiamenti in atto nel mondo esigono risposte, in una realtà sempre più multiculturale dove i problemi e le disuguaglianze già marcate tenderanno ad aumentare visto l’immobilismo istituzionale, viene da chiedersi quale ruolo possa avere il simbolo della giustizia, uguaglianza e fratellanza.

BANDIERONE

Il tricolore riassume i naturali diritti dell’uomo e rappresenta un’occasione per educare reciprocamente alla responsabilità.Questo sta scritto nella bandiera italiana che rappresentò un traguardo per chi aveva l’aspirazione di dare dignità e democrazia al paese. Per ora se vogliamo vedere una festa di popolo e non solo di autorità dove il tricolore è trattato in maniera meno soporifera rispetto al contesto reggiano, basta fare un giro dall’altra parte del pianeta a New York al Columbus Day , lì si respira entusiasmo e patriottismo, è lì la festa dell’orgoglio italiano.

Daniela Anna Simonazzi




permalink | inviato da AZOR il 9/1/2016 alle 0:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SOCIETA'
In memoria di mio zio, il comandante Azor (7per24.it 23.04.15) ( La Libertà 25.04.15) (Prima Pagina 25.04.15)
24 aprile 2015
Settant’anni fa, poco prima della Pasqua del 1945, il comandante Azor veniva catturato, processato e ucciso. Non si conosce il giorno preciso della morte ma in base ai documenti che puntualmente inviava e ai racconti dei partigiani si presume che mancasse un mese circa al 25 aprile. Fu un atto tanto crudele quanto immotivato, l’uccisione di un innocente e di un compagno di lotta, coronato dall’occultamento del corpo che venne ritrovato poi dagli amici, nell’agosto dello stesso anno, in un bosco. Le scelte coraggiose di Mario Simonazzi (Azor) furono sempre coerenti con la sua formazione cristiana, prima familiare e in seguito consolidata con la frequentazione del collegio San Rocco, sotto la guida di don Dino Torreggiani. Il suo primo impiego fu alle officine Reggiane, cui seguì il trasferimento a Roma nella Regia Aeronautica. All’8 settembre risale la scelta di non aderire alla RSI e di darsi alla lotta partigiana. Per un giovane poco più che ventenne, e per altri come lui, il paradosso fu quello di sconvolgere i propri schemi di pensiero per abbracciare una follia. Il suo contributo generoso alla lotta di Resistenza, si può infatti comprendere unicamente nella logica della gratuità. È questa una parola che racchiude i valori più grandi, di libertà, di giustizia, di solidarietà e senza la quale questi perdono il significato originario. Gratuità: una parola che sovverte la vita proprio perché sta all’origine della vita stessa. Valore comprensibilmente trascurato già nel primo dopoguerra quando, per citare La Nuova Penna,“pochissimi erano disposti a sacrificare qualcosa per un bene che non si può né mangiare, né chiudere in cassaforte”. Tanto più in una società, la nostra, abituata a fare il prezzo di tutto nel timore di travolgere le regole economiche nelle quali siamo imprigionati e che ha quasi completamente dimenticato l’origine del “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Eppure ciò che diede linfa e concretezza a tutta la lotta di Liberazione si può inquadrare nella dinamica del dono vissuta a vari livelli. Fu la resistenza civile nata dall’impegno di ciascuno a riscattare e salvare la casa comune dei valori, concretizzata in una disponibilità che si faceva accoglienza. Nei venti mesi della clandestinità mai fu negato un pasto caldo ai giovani che si erano dati alla macchia, o l’ospitalità per passare la notte. Le donne preparavano abiti caldi per i partigiani che dovevano resistere al freddo della montagna, qualcuno metteva a disposizione la propria bicicletta e i più benestanti i propri averi. In quel frangente non si pensava al valore di ciò che si offriva quanto piuttosto al valore più alto della libertà. Eppure, ogni celebrazione del 25 aprile si riempie di retorica, esaltando un’affinità e un comune sentire che si fatica a riconoscere nella realtà di coloro che sostengono di fondare le proprie radici nella Resistenza. L’eredità di cui ci si fa carico ad ogni festa della Liberazione è disattesa se si pensa alla distanza che corre tra i nostri eroi che hanno dato persino la propria vita senza averne un tornaconto, e una classe dirigente che ha fatto del proprio interesse personale il cardine del proprio agire. Il paradosso di quei giovani che oggi in varie occasioni verranno ricordati ha ben poche affinità con gli oratori di turno, ai quali vorremmo sentir pronunciare le parole del Solitario, che si spese per una battaglia senza esclusione di colpi:“Nell’istante prima del tramonto mi prenderebbe una sola nostalgia: quella di aver poco donato”. Questa è la natura più nobile della lotta sulla quale si dovevano costruire le fondamenta di una società più solidale e attenta alle disuguaglianze sociali. La situazione attuale è frutto di scelte che sono andate all’opposto nel corso degli anni e che vedono ora – non solo a causa della crisi- un paese in sofferenza. Avremmo bisogno anche oggi di qualche eroe della Libertà capace di gesti di gratuità, incurante di trovare incompresa la propria verità. La Verità, si sa, non si avvale della democrazia. “È giusto che ve lo dica: ai vivi non spetta alcun diritto se si perdono sul campo i diritti dei morti. Ai morti non spetta alcun diritto se è violata la verginità delle parole! Quando la sofferenza dei morti si fa merce talismano o icona proclama o medaglia, maledetto sia quel giorno e venga il diluvio! Gli eroi, nel vero senso della parola, muoiono senza aspettare una parola.” (Naguib Surur) Alla memoria di mio zio. Daniela Anna Simonazzi

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permalink | inviato da AZOR il 24/4/2015 alle 12:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Genova: quel fango su una nazione intera (7per24.it 11.10.14)
15 ottobre 2014
Era il 6 novembre 2011, quando scrissi in un intervento a proposito dell’alluvione di Genova: “se ne riparlerà alla prossima occasione”. Erano parole pessimistiche ma reali nel prendere atto che poco o nulla si sarebbe fatto in previsione di nuovi eventi. Come ci si può capacitare di un paese che ha disponibilità di fondi europei, per mettere in sicurezza il territorio, ma non riesce ad utilizzarli a causa della burocrazia o della mancanza di progetti? Genova è una città bellissima, meta europea per quanto riguarda l’architettura e il patrimonio storico. Un gioiello come tante altre città italiane e quindi da tutelare. Purtroppo una città cementificata a dismisura, tanto da avere ricoperto il letto dei tre principali affluenti che periodicamente si ribellano e rivendicano il proprio spazio. Ad ogni esondazione l’acqua provoca vittime e allagamenti fino ai primi piani delle case, senza che si verifichi un’allerta da parte delle istituzioni preposte alla tutela e alla sicurezza dei cittadini. Poi segue il solito rimpallo di responsabilità tra un’autorità e l’altra. Del resto una cosa è certa, l’acqua non potrà mai raggiungere i piani alti che anche a Genova, come in tante altre città, sono occupati dagli uffici preposti alle scelte urbanistiche e alla tutela del territorio. L’ufficio del Comune in primo luogo, dislocato nel celebre “Matitone”, il famoso grattacielo genovese costruito nel centro della città. Dall’alto del suo ufficio ora il sindaco tuona “nessuno ci ha avvisato”. Solita dinamica che vede le responsabilità riconducibili a qualcun altro. Non è mia intenzione ripetermi su cose già dette. Ma visto che ora abbiamo tra i senatori a vita Renzo Piano, uno dei più grandi architetti italiani, a mio avviso persona saggia e competente, cittadino di Genova e autore di opere notevoli anche nella sua città, ci aspettiamo una forte presa di posizione. L’ultimo progetto presentato dall’architetto è quello di fondere il porto con la città. È stato presentato pochi giorni fa, come integrazione tra mare e terra “Waterfront”. Si propone di creare la più importante città nautica europea. L’idea è di tracciare una linea- ha detto l’architetto- che consenta all’acqua di scorrere tra la città e il porto. Forse la natura ha anticipato i lavori? Ci auguriamo tutti che sia la soluzione. Se lo augurano- primi tra tutti- i genovesi, sempre in prima fila a piangere vittime e a spalare fango. Daniela Anna Simonazzi



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Giovani in fuga e politici mediocri stanziali (7per24.it 30.09.14)
15 ottobre 2014
Mi trovavo, qualche giorno fa, all’aeroporto di Parma e osservavo la coda di giovani in fila per l’imbarco. Destinazione: Londra. Mai vista tanta gente, non certo vacanzieri fuori stagione. Qualcuno costretto ad alleggerire il bagaglio da stiva trasferisce cose nello zaino: qualche maglione, un libro, il computer. Un ragazzo ripone il suo sassofono in valigia e si avvicina a un gruppo di conoscenti, chiede loro cosa vadano a fare a Londra, uno risponde serenamente: “per star lì”. Al di là della risposta che mi ha fatto sorridere, guardando questi giovani mi sono chiesta che cosa realmente il paese abbia fatto per dar loro un’opportunità . Quale accoglienza abbiamo riservato loro dopo percorsi scolastici, dalle scuole primarie alle università, dove le richieste sono sempre state altissime? Non bastava mai il titolo acquisito, sempre qualche richiesta in più: specializzazioni, corsi di lingue, master, poi concorsi o esami di stato. Sembra non si voglia che escano dalla scuola gli studenti italiani, è una lungaggine continua. E ora, vedendo quali sono i riscontri, verrebbe da chiedersi a cosa è servito tutto questo rigore. A fronte di tanta intransigenza quali vantaggi? Comportamenti discutibili da un punto di vista morale e dell’onestà trapelano ogni giorno dalle cronache a proposito dei nostri amministratori, ma quali competenze e conoscenze abbiamo richiesto loro? Il continuo parlare di meritocrazia non tiene conto della realtà. Credo che si stia perdendo un grande patrimonio oltre che di preparazione e talento anche di creatività, visto che il nostro paese non è meta per cervelli in fuga. Chiedere ai giovani di rimanere “per dare una mano”, senza creare le condizioni affinché ciò sia possibile, è una presa in giro. La verità è che non sta realmente a cuore il problema; la mediocrità fa comodo o perlomeno non fa emergere un certo divario . È ovvio che non si può generalizzare, ma preoccupa l’immagine che quotidianamente ci viene offerta. Oltre a una corruzione radicata è la dinamica che infastidisce. Le solite persone passano da un ruolo all’altro senza meriti reali e con un opportunismo privo di dignità. Dai Comuni alle Provincie, dalle Regioni al Senato, la cui riforma sembra studiata per garantire a sindaci e assessori o consiglieri una professione a vita, è una gara a chi adotta la strategia migliore per garantire un posto a sé o a qualcuno del proprio schieramento. Nessuna apertura alla società civile, ai talenti che il paese possiede nei diversi settori e che all’estero ci invidiano. Tutto è deciso all’interno di una cerchia ristretta, sia a livello nazionale che locale. E ai cittadini oltre al danno, la beffa di dover sottoscrivere con il voto qualcosa che è già nell’ordine delle cose. Come garanti di una scelta che altri hanno determinato con una serie di astuzie . Alla base meno potere decisionale e l’onere di adempiere a ogni richiesta per rimpolpare le casse dello stato con tasse e bollette sempre più alte. Rassegnati a promesse che quasi mai si realizzano. Assuefatti ai periodici stalli intorno a qualche riforma che quasi mai va in porto. Disarmati nel vedere l’accanimento a proposito di un articolo che facilita i licenziamenti, in un paese dove la priorità è che si parli di occupazione. Intanto i nostri giovani, preso atto dello stato delle cose, dovuto forse più che dalla crisi da un sistema sbagliato, espatria verso un paese che non è il più bello del mondo. Ha un pessimo clima, cibo scadente, e tante cose che non piacciono, ma offre una speranza a chi ci vuole provare, o perlomeno valorizza le competenze, la creatività o semplicemente la voglia di fare. Riconosce il percorso di studio con una retribuzione dignitosa rispetto all’elemosina che viene corrisposta in Italia. E nell’attesa che qualcosa cambi anche in patria, la tv pubblica ci intrattiene abilmente con i soliti talk show, gli opinionisti, il gossip, i matrimoni dei vip. L’andirivieni continuo: twitter, selfie, hashtag e slogan, in concreto dove ci stanno portando? C’è riscontro dell’accattivante dinamismo dei giovani al potere nella vita reale? Nessuno pretende cambiamenti epocali o rivoluzioni, ma quale concetto di società, ammesso che ci sia, alla base del quotidiano carosello? Daniela Anna Simonazzi



permalink | inviato da AZOR il 15/10/2014 alle 15:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sanremo: la grande pochezza (7per24.it 21.02.14)
15 ottobre 2014
A proposito di “Bellezza” Ezra Pound sosteneva “Non si può parlare di un vento d’aprile. Quando lo si incontra ci si sente rianimati”. Non se ne dovrebbe parlare, quindi, se non con gli strumenti che l’arte mette a disposizione. Evocare continuamente il concetto con tanta insistenza, nei più diversi contesti, da un festival della canzone a un sermone istituzionale , ci fa dubitare che effettivamente la bellezza- così intesa- possa salvare il nostro paese. Sarà per emulare il successo del film di Sorrentino, che ha messo bene in evidenza come la bellezza del passato risalti ancora di più al confronto col degrado del presente, e come la vera bellezza rimanga ai più incompresa. Fatto sta che questo nuovo filone culturale sulla bellezza vede ora in Fazio e Renzi gli interlocutori ideali. Ma un conto è l’arte (in questo caso il cinema), un conto è la realtà che stiamo vivendo. Come si può parlare di bellezza senza ridurla a un concetto se si tralascia la necessità di verità, di giustizia sociale, di sobrietà e ancor più di coerenza ? Mi sembra paradossale che Fazio dopo l’atto di due disperati senza lavoro abbia ripreso il suo monologo sulla “bellezza” . Se questa è la cultura di sinistra che in teoria dovrebbe abbracciare la causa dei lavoratori, allora capisco il successo dell’antipolitica attuale. Con quale coraggio Fazio o Renzi potrebbero parlare di bellezza al di fuori di un teatro o di un palazzo? È facile quando si parte da una posizione privilegiata farsi belli con le nuove trovate filosofiche sulla bellezza, il sogno, la felicità… Ma se vogliamo parlare al cuore della gente e accorciare le distanze, allora bisogna guardare negli occhi le persone. Si provi a parlare di bellezza in una fabbrica, di fronte a lavoratori e imprenditori che da parecchio tempo hanno incrociato le braccia. Oppure davanti a una platea di studenti all’ultimo anno di scuola o di università. O in qualche centro sociale dove si riuniscono la stragrande maggioranza dei pensionati da cinquecento euro al mese. Con quale coraggio si può parlare di bellezza di fronte a un paese che sta crollando a pezzi perché ha tralasciato di custodire il suo patrimonio naturale e artistico? Che ha sfruttato a vantaggio di pochi le sue risorse? A chi giova ? A un ristretto gruppo di oratori che ci intrattiene in uno scenario che Fellini nel suo Prova d’orchestra aveva anzitempo descritto . La bellezza è anche sofferenza che scuote l’uomo e gli fa alzare lo sguardo, diceva Platone. Auguriamoci quindi che un piccolo brivido possa scuotere la coscienza di coloro che, con grandi privilegi, possono gestire il nuovo corso delle cose . Che comprendano quanto si avvicina la bellezza al concetto di buono, di onesto, di leale, di sincero e lo mettano in pratica. La bellezza non ha bisogno del consenso, è una realtà che ci sfiora ogni volta che apriamo gli occhi. È un’ armonia che possiamo incontrare nella natura, nella vita, nei dettagli. Lasciateci almeno questo, ci basta.



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Non si può morire per andare a scuola (7per24.it 16.01.14)
14 febbraio 2014

Non si può parlare di tragica fatalità a proposito dell’incidente che ha spezzato la vita del giovane Sylvester , della sua famiglia, e inevitabilmente dell’autista coinvolto. Gli appelli delle istituzioni per far luce non bastano, anzi amplificano il senso di inadeguatezza nel dar risposta a un dramma che forse si poteva evitare.

Non si può dire che non esista un contesto favorevole, che chiama in causa responsabilità ampie ma anche precise e proprio per questo è importante che organi di stampa, comitati di genitori e opinione pubblica non permettano che si cali il silenzio. Spesso in queste vicende la ragnatela delle responsabilità si espande a dismisura, al punto da non avere mai nessuno che si assuma colpe anche solo per atti mancati. Risale a pochi anni fa un episodio analogo e da allora non si è provveduto a mettere in sicurezza il trasporto per gli studenti.

Gli autobus negli orari scolastici sono affollatissimi e i conducenti devono tener presente ogni rischio anche se si ha a che fare con la fretta e il caos del traffico cittadino. Parlare ora di provvedimenti da adottare nell’arco dei prossimi anni non rende giustizia alla gravità dei fatti che richiedono misure urgenti. Chiunque si trovi a fare spostamenti in città nelle ore di punta ha idea di quale sia la situazione. Meraviglia che gli addetti ai lavori non abbiano preso provvedimenti nel tempo. I giovani nel tragitto da casa a scuola sopportano disagi enormi sui mezzi pubblici e non ci sono garanzie per un servizio dignitoso anche se sostenuto dai costi di abbonamento da parte degli utenti . L’ introduzione temporanea e sporadica degli stewards, ben presto sospesa, ha ora il sapore di un atto riparatorio all’indomani di un grave incidente piuttosto che l’intenzione di migliorare un servizio. Indagare sulle dinamiche per verificare eventuali responsabilità personali è doveroso, ma lo è altrettanto andare all’origine del problema.

Questo comporta in primo luogo una riflessione. L’attuale gestione della città è in grado di offrire ai cittadini, giovani o anziani che siano, un contesto urbano salubre e che garantisca sicurezza? Nel caso specifico no. È nota a tutti coloro che hanno avuto i figli nei vari poli scolastici della città (in particolare quello di via Makallè) la situazione di precarietà per quanto riguarda la sicurezza dei ragazzi e non solo per l’accesso ai mezzi pubblici. C’è mancanza di cura nella gestione del transito pedonale degli studenti, a maggior ragione in situazioni di traffico urbano che non sono compatibili con la prossimità di strutture scolastiche. Oltre ad attraversamenti pedonali sicuri, mancano marciapiedi adeguati a lato della strada, al punto che i ragazzi sono costretti a transitare sulla corsia di traffico nelle ore di punta. La cosa paradossale è che si investe altrove in marciapiedi che sembrano piste ciclabili e che regolarmente rimangono inutilizzati.

Si è radicata da tempo la consuetudine di fornire al cittadino le grandi opere a discapito delle più semplici e funzionali comodità urbane . Tagliare il nastro alla Mediopadana sicuramente dà più lustro che realizzare una fermata autobus decente sulla circonvallazione. Studiare una variante al tragitto in modo da scaricare gli studenti in sicurezza davanti al polo scolastico forse non farà parlare i giornali ma è una semplice misura che offre tranquillità alle famiglie e ai ragazzi. Assistere al recupero del Tecnopolo con risultati di evidente bellezza è un valore aggiunto per la città, ma ricordiamo che anche le strutture scolastiche necessitano di interventi . Si continua a dare priorità agli eventi e a valorizzare complessi faraonici quasi deserti o dei quali si fa un uso saltuario. È vero, la vita è fatta anche di eventi, ma tra un evento e l’altro esiste una normalità della quale ci si deve occupare. Si dimentica troppo spesso che le persone devono gestire gli impegni scolastici e lavorativi nella quotidianità e in un contesto che non dobbiamo ritenere ideale solo perché rientra nelle classifiche riportate dalla stampa nazionale. L’attenzione alla vita dei giovani dovrebbe essere un impegno concreto. Risparmiamoci quindi i retorici discorsi di circostanza.

Daniela Anna Simonazzi




permalink | inviato da AZOR il 14/2/2014 alle 10:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Papa “reaparecido” Francesco: ritorno alle origini (7per24.it 15.03.13)
16 marzo 2013

Sono trascorsi esattamente tredici giorni dal saluto “ come semplice pellegrino” di Benedetto XVI da Castel Gandolfo, al “buonasera” del suo successore Jorge Mario Bergoglio: Papa Francesco. Primo pontefice nella storia della Chiesa a evocare con semplicità e coraggio, nel nome prescelto, il santo più caro a credenti e non credenti  in ogni parte del mondo. Il potere, o meglio il ministero più alto che l’uomo possa rappresentare sulla faccia della terra si presenta a noi all’insegna dell’umiltà e della semplicità. Tanto si è detto nell’attesa del Conclave, tanto si dirà nei prossimi giorni. La sensazione  di fronte agli eventi storici che riguardano la Chiesa,  è di una moltitudine di parole che difficilmente raggiunge l’essenza e la portata oltre che storica, spirituale per l’uomo del nostro tempo. Il mondo del giornalismo e della comunicazione sembra peccare di ingenuità intellettuale, ostinandosi  in pronostici che ogni volta si rivelano sbagliati. Ci si sente inadeguati di fronte a parole e gesti che rivelano una realtà, che pur nelle difficoltà del mondo contemporaneo, regge il peso di duemila anni di storia grazie al sostegno dello spirito santo. Scelte ponderate o segni divini le date che hanno accompagnato gli eventi? Le dimissioni di papa Ratzinger nel giorno che ricorda la prima apparizione mariana, la nomina di Papa Francesco nel giorno in cui la Chiesa è solita far memoria del mistero di Fatima: 13.03.2013 ( anche la somma dei singoli numeri 1+3+3+2+1+3=13). Il numero tredici nella storia della Chiesa è simbolico e lo ritroviamo spesso anche nei passaggi cruciali del pontificato di Giovanni Paolo II.

Secondo i primi cristiani, il tredici parla del mistero divino come speranza, perché la stella cometa apparve in cielo il tredicesimo giorno per guidare il cammino dei Magi. Papa Francesco, si è presentato al popolo  il tredicesimo giorno, per  guidare  il cammino in terra dell’uomo del suo tempo. Un uomo che avendo abbandonato Dio non ha più un orizzonte verso cui guardare e vive alla continua ricerca di qualcosa che lo rassicuri nell’immediato. È  proprio la difficoltà di dare senso alla vita il problema dell’uomo occidentale e questo papa latino americano avrà il compito- non facile- di ricostruire la sponda di un ponte che attualmente sembra proiettarsi sul vuoto. Il fatto che le sue origini siano italiane ci inorgoglisce ma sicuramente ci rassicura pensare che la sua vicenda umana e spirituale abbia attinto forza da una terra che ha custodito con maggiore vitalità i valori del cattolicesimo. Lo slancio dei popoli più lontani geograficamente ma più vicini alla fede,  alla proclamazione del nuovo pastore, ci fa ben sperare in una contaminazione che porti nuovo entusiasmo nella Chiesa d’Occidente . Tutti si aspettano da questo nuovo pontefice, che ha scelto il nome del “santo dei poveri”, una vicinanza alla povertà materiale che sicuramente è il problema immediato della nostra società. La sfida più grande significherebbe  andare alla radice di quella povertà  morale, culturale e religiosa che ha portato l’uomo contemporaneo a sentirsi totalmente smarrito e inadeguato di fronte a un mondo che lo sovrasta. Le necessità di rinnovamento per il cattolicesimo sono evidenti, i problemi  antropologici ed etici anche e, come per tutti i pontificati, potremo valutare solo alla fine i frutti del ministero di Papa Francesco. Per il momento ci pare che Bergoglio abbia, anche negli abiti, adottato uno stile sobrio ed essenziale che piace alla gente: croce di ferro, niente auto papale e conto dell’albergo pagato di tasca propria. Ci rassicura anche sapere che ha maturato la vocazione in età adulta dopo avere vissuto la vita di un giovane come tanti, compreso il fidanzamento.  Nella prima omelia da pontefice esorta a camminare nella luce di Cristo tenendo sempre presente la Croce.

Nota dolente per la nostra Europa delle istituzioni che ha sempre sottovalutato l’importanza delle radici cristiane e sminuito il valore dei suoi simboli. La possibilità di allargare gli orizzonti e di allontanarci per un attimo dalle questioni di casa e dal solito problema-Italia, ci fa  accogliere con entusiasmo il primo papa extraeuropeo . Se non altro per ricordarci che la Chiesa è ampia e non è identificabile con i Vatileaks , la pedofilia e i pontefici  collusi con le dittature come certa stampa anticlericale cerca di inculcare nell’opinione pubblica. Non che la Chiesa sia fatta di santi, anzi sono una piccolissima parte e molto c’è da fare anche nel clero e nella gerarchia per togliere certe incrostazioni. D’altro canto passa sempre sotto silenzio il martirio dei cristiani in tante parti del mondo  e l’impegno di tanti consacrati e laici nelle nostre comunità a servizio dei più poveri.  Poco anche si è parlato, sulla stampa italiana, dell’immagine che il nostro paese trae dall’evento che ha visto gli occhi del mondo puntati sulla Basilica di San Pietro, luogo di venerazione per tutti  i popoli della terra. Tenendo presente che il cattolicesimo è senza confini e che pochi giorni sono bastati per eleggere il capo della Chiesa universale, non sappiamo quanto ancora dovremo attendere per eleggere un piccolo capo di una piccola nazione la cui capitale – Roma- è stata per secoli il centro politico e culturale della civiltà. Per accelerare una decisione che dia almeno un senso al nostro paese, perché non adottare il metodo del primo Conclave di Viterbo?  Porta chiusa a chiave, niente cibo e tetto del Palazzo scoperchiato per indurre  chi di dovere a prendere una decisione.

Daniela Anna Simonazzi




permalink | inviato da AZOR il 16/3/2013 alle 15:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SOCIETA'
Contro il chiacchiericcio sulla grandezza di una scelta (7per24.it 12.02.13)
14 febbraio 2013

Stop per qualche giorno al circo mediatico, se qualcuno avesse- come al solito- motivo di lamentare che la Chiesa in Italia influisce su tutto e quindi anche sulla scelta di un nuovo governo, da oggi non si potrà imputare al Papa interferenza alcuna.

La decisione di Benedetto XVI sicuramente delimita le piccolezze della campagna elettorale e apre le menti a orizzonti più ampi: l’intreccio misterioso tra l’azione degli uomini e l’azione di Dio che da duemila anni opera nella Chiesa. Ratzinger oggi compie un gesto singolare, sceglie lucidamente e consapevolmente di fare un passo indietro da successore di Pietro, affinchè la Chiesa ne faccia uno in avanti. Credo che nessuno possa avere la verità assoluta circa le motivazioni che hanno portato a una decisione così inaspettata, semplicemente, ciascuno in cuor suo potrà realizzare le scritture in tutta la propria veridicità: “ i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie” .

La decisione di Benedetto XVI, in discontinuità con quella del suo predecessore, la dice lunga sulla libertà di scelta dell’uomo nella storia del cristianesimo, che non è disgiunta dalla responsabilità del pastore verso il popolo di Dio. Responsabilità che implica però il riconoscimento del ruolo papale, interpretato non come potere ma come servizio. Credenti e non credenti hanno accolto con sorpresa la notizia, maturata in solitudine dal Santo Padre, divulgata in un canonico latino, più congeniale rispetto al recente esordio forzato su twitter. Imbarazzo trapela dal Vaticano, tentennamenti nelle parole del portavoce, la Curia dichiara di essere stata colta di sorpresa: “un fulmine a ciel sereno”.

Sui media, giornalisti ed esperti azzardano le ipotesi più disparate sulle motivazioni, un chiacchiericcio che stride con la scelta meditata in silenzio, mediata dallo Spirito e ovviamente molto sofferta. È proprio il differente punto di riferimento che rende ogni considerazione inappropriata e anche inopportuna . Ha scelto la via del monachesimo papa Benedetto XVI, come sequela ad una decisione che non lascia dubbi sulla volontà di vivere in raccoglimento e preghiera gli ultimi anni di servizio alla Chiesa. Non sarà un caso la ricorrenza dell’11 febbraio per dare l’annuncio, non tanto per l’anniversario dei Patti Lateranensi, quanto per quel lontano giorno della prima apparizione della Madonna a Lourdes. Evento miracoloso che ha segnato la storia della Chiesa ma che si è realizzato in un intimo segreto, custodito nel cuore di una fanciulla, incompresa dalle stesse autorità ecclesiastiche. A dimostrazione che ciò che è veramente grande passa inosservato e il silenzio è più fecondo del frenetico agitarsi contemporaneo. In effetti proprio Ratzinger disse che l’Annunciazione se fosse stata un evento dei giorni nostri non sarebbe mai andata sui giornali.

È proprio dal sì di Maria che si realizza il progetto antropologico e salvifico di Dio nella concretezza della storia. L’affidarsi in tutto alla donna che serbò in cuor suo il mistero più grande, è ciò che ha accomunato i due pontefici a noi cronologicamente più vicini. Ruoli differenti: il Papa tedesco raffinato teologo e uomo di spiritualità al quale saremo debitori di importanti riflessioni sulla fede, il Papa polacco umanamente più incisivo, riconosciamo a lui, anche in forza dell’età , un’apertura maggiore alla mondialità. Entrambi a servizio del popolo di Dio con i propri talenti. Di Benedetto XVI sarà bene mettere a frutto i propositi della Via Crucis che precedette la sua elezione a pontefice. La riflessione sulla necessità di ripulire la chiesa dalla sporcizia è una missione che forse non ha raccolto molti sostenitori tra le gerarchie, ma è un’esigenza diffusa nelle comunità. Come pure la ricerca di giustizia circa le accuse mosse alla Chiesa: dagli scandali della pedofilia ai conflitti di potere.

Per quanto riguarda i recenti tradimenti nelle stanze vaticane, potremmo dire che se la percentuale rimane di uno a dodici, la storia sarà destinata a ripetersi. Quindi, al prossimo pastore del gregge, il compito di cacciare i mercanti dal tempio e di comunicare con entusiasmo una spiritualità, che nella Chiesa esiste, ma che l’uomo moderno nella sua pretesa di autosufficienza cerca di ignorare.

Daniela Anna Simonazzi




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politica interna
Gallinari adieu tra il pianto delle prefiche della rivoluzione (7per24.it 20.01.13)
2 febbraio 2013
Tra i messaggi in ricordo di Prospero Gallinari, mi ha fatto riflettere quello che i giovani dei centri sociali hanno voluto mettere in evidenza del loro compagno : la coerenza. Parola che di per sé non si può definire positiva o negativa, in quanto si può essere coerenti a ideali giusti ma anche a ideali sbagliati. Coerenza è un termine molto presente nel dibattito intorno agli anni di piombo, meno presente invece la parola onestà, intesa come capacità di cambiare il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Sicuramente Gallinari è stato coerente, lo racconta lui stesso nelle varie interviste e video disponibili in rete, come ad esempio Brigades Rouges, doppiato dal francese, dove parla delle sue origini contadine e della nascita del gruppo armato. Coerente anche a quegli ideali rivoluzionari portati avanti dal nucleo più duro e violento della lotta partigiana, dal quale presero ispirazione lui e i suoi compagni. L’uomo che attraversò indenne gli anni più bui del terrorismo, è stato trovato in una fredda mattina d’inverno, accasciato nella sua auto privo di vita. Per una misteriosa coincidenza anche lui come Moro, come gli agenti della scorta, a bordo di un’ auto. Non con il corpo crivellato, non dopo una prigionia di 55 giorni in un loculo, bendato, in attesa del colpo alla nuca. Il suo cuore ha smesso di battere a 62 anni. Qualcuno disse che il “duro” Gallinari dopo l’ultimo saluto a Moro pianse. Viene da pensare che non sia così vero che in lui non ci fu mai un pentimento. Ultimo atto della sua vita, la donazione di quell’organo determinante per focalizzare le immagini. Immagini che avremmo voluto sentire raccontare, per un desiderio di verità, ma un patto a noi sconosciuto ha impedito che questo si avverasse. Gallinari non può essere l’eroe di una lotta giusta, come qualcuno ancora oggi ha avuto il coraggio di rivendicare, ma piuttosto un uomo che ostinatamente ha voluto tener fede a un’ideologia sbagliata: un perdente. Mi auguro che i giovani non travisino il messaggio e non si lascino strumentalizzare. Tristezza per la morte prematura di Gallinari, non spetta a noi giudicare la persona, ma le sue azioni e quelle dei suoi compagni non si possono valutare senza tenere conto delle ripercussioni che hanno avuto su tante famiglie, rimaste nell’ombra. Per chi ha seguito il dibattito in anni recenti, la sensazione è di sconfitta. Quello che manca oggi a tutti noi, alla comunità civile, alle famiglie coinvolte, è un pezzo di verità. Avremmo voluto sapere di più, ma quel di più, per ora, ci è stato negato. È ovvio che il bersaglio della follia dei terroristi era sbagliato. Pasolini disse che i veri “figli del popolo” erano i figli delle vittime. Non hanno mai chiesto nulla, sono rimasti in silenzio, di fronte a un paese che sembrava avere smarrito la ragione. Non si mette in discussione la possibilità dei terroristi di rifarsi una vita a fine pena, ma ci si sarebbe aspettata la capacità di stare un po’ in disparte, almeno per non riaprire le ferite. Perché mentre ai terroristi è stata data la seconda possibilità, il “fine pena mai” è stato applicato alle famiglie. Mai un rimorso, mai una parola di compassione per le mogli che hanno dovuto crescere i figli senza suscitare desideri di vendetta. Al contrario, il silenzio sui protagonisti della lotta armata non è mai calato. Da giovani terroristi che cercavano la rivoluzione hanno trovato il successo. Sono diventati protagonisti della scena pubblica, opinionisti nei dibattiti, spesso in competizione tra di loro per rivendicare chi fosse il più grande. Hanno scritto libri, hanno fatto film, hanno partecipato a trasmissioni, a convegni, hanno parlato, parlato, parlato…ma non hanno detto. Questo “non detto” è l’eredità che ora i difensori di una fede fallimentare andranno a raccogliere, se pensano di coltivare la propria rivincita ideale nel solco di un’ingiustizia fatta ad altri. Ieri, guardando le immagini dell’ultimo saluto a Prospero Gallinari, il momento nel quale tutti noi ci rendiamo conto della vacuità delle parole, tra orazioni, pugni chiusi e rosso imperante, l’ultima parola dal creato: una bella nevicata, candida e silenziosa, a mitigare il tutto.
Daniela Anna Simonazzi



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politica interna
Tricolore rito e ritrito (7per24.it 14.01.13)
2 febbraio 2013
Che la festa del Tricolore non sia mai stata una ricorrenza particolarmente sentita dai reggiani è un dato di fatto. Lo dice la storia della nostra città, lo dice la scarsa attenzione riservata alla data del 7 gennaio dalle amministrazioni pubbliche che nel corso degli anni si sono avvicendate, più attente all’evento istituzionale relegato alle autorità- come sottolinea giustamente il Direttore nel suo intervento- che non piuttosto al coinvolgimento della società civile, una sparuta presenza i margini della piazza. Che la festa storicamente sia stata più o meno ignorata, si evince dalle vecchie pagine di cronaca della stampa reggiana: molto spazio alla festa della Befana, pochi accenni alla festa del Tricolore. I sindaci più fedeli a una bandiera monocolore, non si sono mai spesi particolarmente, per risvegliare nella cittadinanza un sincero amor di patria. Un periodico reggiano, a proposito di tricolore, ricorda come emblematico l’episodio accaduto nell’immediato dopoguerra in un teatro di provincia. Una commedia termina con la scena di un anarchico che brucia la bandiera, il sindaco del paese, seduto in prima fila, si alza e comincia ad applaudire con entusiasmo, suscitando il gelo tra il pubblico in platea. Questo per dire in quale contesto culturale il tricolore ha avuto la sorte di celebrare i natali. In più di un’occasione ho proposto, anche tramite i quotidiani locali, di creare qualcosa di nuovo per coinvolgere adulti e bambini. La commemorazione nella piazza del Municipio ha mantenuto negli anni il fascino di una rappresentazione d’altri tempi. Se una rete nazionale proponesse la celebrazione del 7 gennaio 2013 in bianco e nero, qualcuno potrebbe pensare a un filmato di repertorio dell’Istituto Luce. Cosa ne sarà di questa festa in futuro non è facile saperlo: già quest’anno l’attenzione della stampa a livello nazionale non c’è stata. Forse non è stato colto l’unico riconoscimento di valore della giornata: la consegna del tricolore al prefetto Antonella De Miro per il suo impegno nella lotta alla mafia. Nel mese di novembre 2012 alla Camera è stato approvato il DL sulla festa dell’Unità d’Italia: si parla di introdurre l’insegnamento dell’inno di Mameli nelle scuole e di valorizzare la bandiera, la ricorrenza si inserisce a calendario nella data del 17 marzo. Ricordo ancora le immagini proposte nei servizi dei telegiornali. I parlamentari seduti in aula guardavano il tricolore sventolare sui loro tablet. Erano tutti così sorpresi, sembrava non l’avessero mai vista prima, la bandiera. A noi sarebbe bastata una circolare ministeriale, ma loro si sono impegnati nell’approvazione di un decreto, pazienza. Considerando la proliferazione di date, chi si preoccuperà di seguire in futuro il solito rituale reggiano di una festa che di festoso ha ben poco, se non si sarà capaci di portare idee nuove? Al momento l’unico in grado di destare il patriottismo degli italiani sembra essere il carismatico Benigni. A lui la delega di far cogliere emotivamente il valore di quelli che dovrebbero essere capisaldi del nostro patrimonio storico e culturale. Più complicato creare la consapevolezza, di essere un paese o una città che si riconosce all’unanimità nei valori che il drappo verde, bianco e rosso rappresenta. Altro discorso riguarda l’incapacità di valorizzare il patrimonio storico locale. Pensiamo quale coreografia potrebbero offrire i chiostri di S. Pietro per un cerimoniale storico, pur mantenendo vive le iniziative in sala Tricolore e a teatro. A Modena, nelle ricorrenze di eventi patriottici, l’Accademia è gremita e non solo di autorità. Nella nostra città la festa è blindata, avere un pass di accesso al teatro è impossibile se non si è accreditati, in Sala Tricolore partecipa chi ha l’invito, rimane solo la piazza per i cittadini, o meglio, lo spazio dietro le transenne. La bandiera è un simbolo importante per un paese orgoglioso della propria storia e che si riconosce nelle istituzioni che lo rappresentano anche fuori dai confini nazionali. Per tanti motivi quindi, nel caos attuale, limitare la festa alle autorità e i politici di turno (sperando che non vi siano indagati), è il modo più semplice per passare da una celebrazione di rito a un rito di commiato.

Daniela Anna Simonazzi



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politica interna
“La verità è come l’ortica…” (7per24.it 26.10.12)
2 febbraio 2013
“La verità è come l’ortica: chi la sfiora ne è punto, bisogna afferrarla saldamente e non temere il bruciore”.

Riprendo il motto dei giovani, a me cari, de La Nuova Penna - emblema di un giornalismo fondato sull’impegno civile – per ricordare il cinquantesimo della morte di Enrico Mattei, causata da un incidente aereo a oggi ancora avvolto nel mistero. Il 27 ottobre 1962 si concluse tragicamente la vicenda di un uomo che da solo fece progredire il nostro paese più di quanto- in questi oltre vent’anni- abbiano fatto interi reparti di governo. Il suo ideale di rendere l’Italia autonoma, dal punto di vista energetico, è un tema quanto mai attuale, oggi che il costo dell’energia costringe alla fuga molte realtà lavorative importanti. Ribadisco la mia convinzione che la mancanza di verità intorno a eventi scomodi di casa nostra abbia limitato – e ogni giorno ne abbiamo una conferma- il processo di crescita della democrazia . Ora, là dove le istituzioni deputate alla giustizia hanno gettato la spugna, rendere merito a coloro che si sono sentiti interpellati dal desiderio di verità è un riconoscimento dovuto.

Parlo di Mauro de Mauro cronista de l’Ora di Palermo che per primo indagò sul caso Mattei, il suo lavoro era finalizzato anche alla realizzazione di un film di Francesco Rosi uscito recentemente sugli schermi. Il giornalista venne prelevato- dalla mafia – il 16 settembre 1970, il giorno dopo erano previste le nozze della figlia, il corpo non è mai stato ritrovato. Altro autorevole testimone, a proposito della vicenda Mattei, fu Pier Paolo Pasolini che proprio nei giorni precedenti la sua morte violenta – avvenuta nel 1975- stava lavorando alla stesura di “Petrolio”, un’inchiesta pubblicata postuma. Dagli scritti emerge l’intreccio tra mafia, servizi segreti, legami internazionali e poteri forti, intorno alla morte del fondatore dell’Eni. Una cosa che continua a stupirmi e non è un caso se ho citato i giovani resistenti de La Nuova Penna, è che la scia di sangue e il doppio filo che lega vicende irrisolte nella memoria collettiva, dal dopoguerra ad oggi, riguarda spesso figure carismatiche che oggi mancano più che mai al nostro paese. Mattei, per l’intuito e la capacità politica che fece fare passi da gigante all’Italia del dopoguerra.

De Mauro, per l’esempio di giornalismo coraggioso, che non tace pur sapendo di pagare pesantemente il servizio alla verità. Pasolini per la capacità intellettuale nello scandagliare i meccanismi del potere quando ci si addentra negli intrighi italiani. Sì, perché si tratta – nel caso Mattei – di un intreccio di omertà e depistaggi pronti a ricompattarsi ogni volta che qualcuno minaccia di rivelarne il segreto. Nella visione apocalittica di Pasolini il potere rappresenta il dio dell’uomo moderno. Opinione che rivela un fondo di verità, oggi che siamo pesantemente schiacciati dal potere della finanza, della politica, dell’informazione eccetera eccetera e ahimè pare sfuggevole il potere della cultura, della coscienza individuale e di un’opinione pubblica che chiede a gran voce di essere ascoltata.



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POLITICA
Dalla rottamazione al riciclo (7per24.it 20.10.12)
2 febbraio 2013
“Oltre il danno la beffa”. Sull’onda dello slogan del momento (e siamo solo alla fase 1), si sta cercando di distrarre l’opinione pubblica sulla questione spinosa: il malcostume nella politica. Non si è ancora chiuso il capitolo sugli scandali dovuti alla corruzione, che già ci tocca un altro boccone amaro. Ovvio che dopo decenni trascorsi a farci credere che qualcuno si stava occupando del Paese – e non dei propri affari- ora qualcuno penserà che possiamo continuare ad avere fiducia. Gli italiani hanno esercitato ampiamente la virtù della pazienza, addirittura però adeguarsi al furto legalizzato è abbastanza insopportabile.

Ora la nuova tendenza in casa dei nostri esponenti politici, timorosi di perdere il posto ( fisso), è quella del riciclaggio. Non è una novità, è sempre accaduto anche nelle amministrazioni locali: sistemare ex sindaci o ex assessori in enti (a volte creati ex novo) o nelle aziende partecipate (senza obbligo di concorso) . Ora un fuggi-fuggi generale a caccia del posto sicuro si verifica anche tra i parlamentari. Succede quindi che nel più grande ufficio di collocamento a spese del cittadino -che è quello della politica- ci siano passaggi da una poltrona ad un’altra a volte pure più prestigiosa. Senza nessun ritegno, dopo tre mandati, vediamo l’onorevole Melandri, passare dalla Camera alla presidenza del Maxxi con un intermezzo molto tattico, a carattere umanitario; l’ onorevole D’Alema, del quale conosciamo la carriera politica, già dichiara di passare ad altro importante incarico istituzionale. E staremo a vedere gli altri. Mai che a qualcuno, a parte scrivere libri, venga in mente di cercare lavoro altrove o di crearselo, come tocca alla maggior parte degli italiani. Oppure visti i vitalizi di cui godono gli ex parlamentari, perché non dedicare qualche anno al volontariato, che spesso viene utilizzato come fiore all’occhiello delle campagne elettorali? Basta poi con la finta promessa di portare i nipotini al parco o di andare in Africa, perché non ci crede più nessuno, quasi sempre ritornano. Bisogna avere la verve dell’artista per non cadere nella dipendenza dal potere, che oramai potrebbe richiedere la nascita di vere e proprie cliniche per rieducare ad una vita normale. In effetti bisogna riconoscere che l’unica voce che prese le distanze fu – e non è un caso – una donna e un’artista .Parlo di Franca Rame, che si dimise dall’incarico di parlamentare per tornare al teatro dichiarando pubblicamente “vergognoso prendere così tanto per fare così poco”. Ma purtroppo in Italia di donne in politica ce ne sono poche, e queste poche sono al seguito di qualche leader.

Temo che occorreranno ancora parecchi anni prima di voltare pagina veramente, perché non basta cambiare facce per essere il nuovo. L’azione della magistratura sugli scandali nelle pubbliche amministrazioni è emblematica della situazione, è arrivata prima che dall’interno avvenisse la consapevolezza di un vero riscatto morale. L’abuso dello slogan sulla rottamazione, partito sempre da un artista – in questo caso un comico- per arrivare alla sinistra e ora anche alla destra, ha avuto per ora l’esito di favorire la corsa ad altri incarichi. Del resto non può che essere così in un sistema profondamente radicato. Un vero rivoluzionario ancora molto credibile ai giorni nostri, duemila anni fa insegnava che “non si cuce un pezzo di stoffa nuovo su un vestito vecchio”. Ora, se si vuole pensare ad una nuova stagione politica, il rimedio migliore è un grande impegno civico che operi come coscienza critica. Concedeteci un po’ di populismo, in attesa che i sindacalisti e i politici – oltre a fare chiacchiere- si rimettano a lavorare, potremo vedere seduti su qualche poltrona (che non sia quella di casa) un operaio, uno studente, una casalinga, un pensionato? Purtroppo, è probabile che l’unico partito che vincerà- anche nelle prossime elezioni- sarà quello di coloro che non andranno a votare . La situazione economica la conosciamo, i programmi se ci sono non si vedono, non possiamo sperare che al momento di governare il paese ci salverà il Manuale delle giovani marmotte.





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politica interna
Non ci sono santi nell'Italia dei corrotti ( La Libertà 04.09.12) (7per24.it 07.09.12)
9 ottobre 2012
    Ci fosse stato un “santo” nell’Italia – popolo di santi, poeti e navigatori – ad illuminarci su quanto stava accadendo nei “palazzi”! L’indignazione della gente è più che giustificata e non merita proclami o atti di difesa, ma chi opera nel settore si limiti a un dignitoso e assoluto silenzio, unito ad atti concreti che possano accorciare il divario tra chi sta nei piani alti e coloro che, per essere ascoltati, certe altezze le raggiungono salendo sui campanili o sulle gru. Meglio non si sappia che al nostro Paese va l’onore e l’onere di un patrono noto come il poverello di Assisi, quando la regola della sobrietà francescana, seppur applicata nell’elargire benefici alla collettività, poco si concilia con le regole messe in atto per ottenere privilegi personali nella pubblica amministrazione.

L’intervento del cardinal Bagnasco sugli scandali della politica, dopo i fatti del Lazio, tocca un nervo scoperto. “ Che l’immoralità e il malaffare siano al centro come in periferia non è una consolazione, ma motivo di rafforzata indignazione che la classe politica continua a sottovalutare… anche dalle Regioni sta emergendo un reticolo di corruzione e scandali”. Da qui, lo stato d’animo di un popolo che avverte la mancanza di giustizia, nel vedere la voragine di sperperi e le grandi abbuffate a nota spese delle pubbliche amministrazioni. Un oltraggio, non solo per chi abitualmente frequenta le mense Caritas o per quei pensionati ai quali si richiede la restituzione di una quattordicesima mensilità, ma per le moltissime persone che fanno acrobazie per sbarcare il lunario. Non per fare ironia, ma se c’è un archetipo dell’italiano medio – alle prese con le ansie della classe lavoratrice, sempre sconfitto dal potere – è Fantozzi. Non a caso, gli uffici della Megaditta del ragioniere, erano situati proprio nell’avveniristico palazzo della regione Lazio.

Oggi ci sarebbe l’imbarazzo per la scelta, infatti, non è inferiore al Lazio lo sfarzo della regione Lombardia, fino a ieri ospite dei 31 piani del grattacielo Pirelli; ora ha trovato sistemazione migliore nei 43 piani del nuovo Palazzo Lombardia, valore circa 400 milioni di euro. Nulla ha da invidiare pure il progetto di Fuksas del grattacielo più alto d’Italia per la regione Piemonte, 42 piani di cui l’ultimo a bosco pensile; costo previsto 320 milioni di euro, da pagare in leasing nei prossimi anni (640 miliardi di vecchie lire). Anche la nostra regione è ben sistemata nelle avveniristiche torri di Kenzo Tange, giustamente antisismiche, ecocompatibili e con i pavimenti di mattonelle in grado di assorbire anidride carbonica e rilasciare ossigeno come le foglie degli alberi. Per non parlare poi delle sedi dislocate in Italia e in Europa e di tutta la rete di spese per spostare i dipendenti da un luogo all’altro. Forse, queste istituzioni hanno tanto lavoro e ce lo possiamo permettere, ma considerando che viviamo in un paese a rischio sismico e gli episodi si ripetono, se anziché gareggiare sul grattacielo più alto, si adottasse il metro della sobrietà, ci sarebbero risorse per ricostruire alcuni pezzi d’Italia.

Meraviglia che gli attuali esponenti di governo dichiarino pubblicamente che la situazione è al di sopra di ogni immaginazione. In effetti non è mai accaduto che dalle comode poltrone di queste consorterie si sia alzato qualcuno per dire “ non ci sto “. Mai un atto pubblico di denuncia per le smisurate ricchezze che vengono gestite contro ogni principio etico . Oggi che la cronaca rivela numeri drammatici: un milione di nuovi poveri. È ovvio in questa situazione reclamare che non tutti sono uguali, ma bisogna dar visibilità a una differenza che non è ancora balzata agli onori della cronaca. Soprattutto in ambito cattolico, quando si ha a che fare col potere, il cammino è ancor più arduo e gravoso, perché pone di fronte ad una strada che è quella della verità evangelica.

Si fatica oggi a scorgere un legame con la coerenza dell’uomo politico e poi monaco Dossetti. Cosa si è salvato dell’eredità di De Gasperi, che non pagava lo stipendio alla figlia (sua segretaria) perché sosteneva che non più di uno in famiglia dovesse pesare sulle spalle dello Stato? Ora, la cronaca racconta di intere famiglie, nonni, fidanzate e amici incanalati nei meccanismi della pubblica amministrazione, fuori da ogni controllo. Come conciliare tanti inutili sprechi con la povertà di don Milani, che spesso viene citato indifferentemente da destra a sinistra? Tutti nomi chiamati in causa per dare lustro, ma che marcano nettamente la distanza tra chi operava in nome di una coscienza individuale e chi più facilmente si adegua a un sistema che si sta schiacciando sotto il suo stesso peso.

Molti non provano vergogna o senso di colpa per quello che hanno fatto e questo è allarmante, perché denota la mancanza di una coscienza morale ed è sintomo di una società che non è cresciuta. È curioso che, in questo frangente, chi si è appropriato indebitamente di ricchezze pubbliche, tutelato da un dilagante senso di impunità, bussi proprio alle porte del santuario della Madonna dei Bisognosi per fare un percorso spirituale. C’è da sperare che ci sia un vero pentimento, ma anche, in nome dei bisognosi, che venga restituito il maltolto.

Resta il fatto che la percezione della realtà, per la gente comune, sia completamente alterata e uscire da tutto questo fango, senza l’aiuto di una nuova etica, comporta il rischio di un’operazione di facciata. Quindi, per non lasciarci prendere dallo sconforto, in mancanza di santi e con navigatori non sempre affidabili, ci sarà da qualche parte un vate, un eroe, un profeta, o meglio, un poeta che ci faccia sognare?Ci fosse stato un “santo” nell’Italia – popolo di santi, poeti e navigatori – ad illuminarci su quanto stava accadendo nei “palazzi”! L’indignazione della gente è più che giustificata e non merita proclami o atti di difesa, ma chi opera nel settore si limiti a un dignitoso e assoluto silenzio, unito ad atti concreti che possano accorciare il divario tra chi sta nei piani alti e coloro che, per essere ascoltati, certe altezze le raggiungono salendo sui campanili o sulle gru. Meglio non si sappia che al nostro Paese va l’onore e l’onere di un patrono noto come il poverello di Assisi, quando la regola della sobrietà francescana, seppur applicata nell’elargire benefici alla collettività, poco si concilia con le regole messe in atto per ottenere privilegi personali nella pubblica amministrazione.

L’intervento del cardinal Bagnasco sugli scandali della politica, dopo i fatti del Lazio, tocca un nervo scoperto. “ Che l’immoralità e il malaffare siano al centro come in periferia non è una consolazione, ma motivo di rafforzata indignazione che la classe politica continua a sottovalutare… anche dalle Regioni sta emergendo un reticolo di corruzione e scandali”. Da qui, lo stato d’animo di un popolo che avverte la mancanza di giustizia, nel vedere la voragine di sperperi e le grandi abbuffate a nota spese delle pubbliche amministrazioni. Un oltraggio, non solo per chi abitualmente frequenta le mense Caritas o per quei pensionati ai quali si richiede la restituzione di una quattordicesima mensilità, ma per le moltissime persone che fanno acrobazie per sbarcare il lunario. Non per fare ironia, ma se c’è un archetipo dell’italiano medio – alle prese con le ansie della classe lavoratrice, sempre sconfitto dal potere – è Fantozzi. Non a caso, gli uffici della Megaditta del ragioniere, erano situati proprio nell’avveniristico palazzo della regione Lazio.

Oggi ci sarebbe l’imbarazzo per la scelta, infatti, non è inferiore al Lazio lo sfarzo della regione Lombardia, fino a ieri ospite dei 31 piani del grattacielo Pirelli; ora ha trovato sistemazione migliore nei 43 piani del nuovo Palazzo Lombardia, valore circa 400 milioni di euro. Nulla ha da invidiare pure il progetto di Fuksas del grattacielo più alto d’Italia per la regione Piemonte, 42 piani di cui l’ultimo a bosco pensile; costo previsto 320 milioni di euro, da pagare in leasing nei prossimi anni (640 miliardi di vecchie lire). Anche la nostra regione è ben sistemata nelle avveniristiche torri di Kenzo Tange, giustamente antisismiche, ecocompatibili e con i pavimenti di mattonelle in grado di assorbire anidride carbonica e rilasciare ossigeno come le foglie degli alberi. Per non parlare poi delle sedi dislocate in Italia e in Europa e di tutta la rete di spese per spostare i dipendenti da un luogo all’altro. Forse, queste istituzioni hanno tanto lavoro e ce lo possiamo permettere, ma considerando che viviamo in un paese a rischio sismico e gli episodi si ripetono, se anziché gareggiare sul grattacielo più alto, si adottasse il metro della sobrietà, ci sarebbero risorse per ricostruire alcuni pezzi d’Italia.

Meraviglia che gli attuali esponenti di governo dichiarino pubblicamente che la situazione è al di sopra di ogni immaginazione. In effetti non è mai accaduto che dalle comode poltrone di queste consorterie si sia alzato qualcuno per dire “ non ci sto “. Mai un atto pubblico di denuncia per le smisurate ricchezze che vengono gestite contro ogni principio etico . Oggi che la cronaca rivela numeri drammatici: un milione di nuovi poveri. È ovvio in questa situazione reclamare che non tutti sono uguali, ma bisogna dar visibilità a una differenza che non è ancora balzata agli onori della cronaca. Soprattutto in ambito cattolico, quando si ha a che fare col potere, il cammino è ancor più arduo e gravoso, perché pone di fronte ad una strada che è quella della verità evangelica.

Si fatica oggi a scorgere un legame con la coerenza dell’uomo politico e poi monaco Dossetti. Cosa si è salvato dell’eredità di De Gasperi, che non pagava lo stipendio alla figlia (sua segretaria) perché sosteneva che non più di uno in famiglia dovesse pesare sulle spalle dello Stato? Ora, la cronaca racconta di intere famiglie, nonni, fidanzate e amici incanalati nei meccanismi della pubblica amministrazione, fuori da ogni controllo. Come conciliare tanti inutili sprechi con la povertà di don Milani, che spesso viene citato indifferentemente da destra a sinistra? Tutti nomi chiamati in causa per dare lustro, ma che marcano nettamente la distanza tra chi operava in nome di una coscienza individuale e chi più facilmente si adegua a un sistema che si sta schiacciando sotto il suo stesso peso.

Molti non provano vergogna o senso di colpa per quello che hanno fatto e questo è allarmante, perché denota la mancanza di una coscienza morale ed è sintomo di una società che non è cresciuta. È curioso che, in questo frangente, chi si è appropriato indebitamente di ricchezze pubbliche, tutelato da un dilagante senso di impunità, bussi proprio alle porte del santuario della Madonna dei Bisognosi per fare un percorso spirituale. C’è da sperare che ci sia un vero pentimento, ma anche, in nome dei bisognosi, che venga restituito il maltolto.

Resta il fatto che la percezione della realtà, per la gente comune, sia completamente alterata e uscire da tutto questo fango, senza l’aiuto di una nuova etica, comporta il rischio di un’operazione di facciata. Quindi, per non lasciarci prendere dallo sconforto, in mancanza di santi e con navigatori non sempre affidabili, ci sarà da qualche parte un vate, un eroe, un profeta, o meglio, un poeta che ci faccia sognare?

                                                                  Daniela Anna Simonazzi




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CULTURA
Cronaca da Tapignola (La Libertà 05.05.2012)
7 maggio 2012

Sono trascorsi cinque anni da quel “25 aprile Solitario” nato dall’idea di ricordare pubblicamente Giorgio Morelli “Il Solitario” e Mario Simonazzi il comandante “Azor,” nella chiesetta che fu di don Pasquino Borghi.

Tapignola  è luogo evocativo e simbolico nella sua sacralità, terra di missione per il sacerdote  medaglia d’oro della Resistenza. Le montagne avvolgono nel silenzio questo piccolo eremo dove unico segno dell’opera dell’uomo sono la chiesetta il campanile e la canonica, intorno solo prati fioriti. Si arriva in questo borgo centrale nella storia resistenziale ma geograficamente fuori dal mondo percorrendo una stradina stretta solcata di buche. Nella via che porta al sagrato ci si rende conto della quiete che invita a fare memoria di un tempo che qui pare essersi fermato a quel freddo giorno del ’44 quando qualcuno bussò alla canonica e prelevò don Pasquino. Qui più che altrove, forse perché il sangue dei martiri è seme che produce frutto, pare che quel tempo lontano ci chieda ragione e ci spinga a raccontare senza ostentazione l’eredità  che i protagonisti della lotta di liberazione ci hanno lasciato e tra questi numerosi cattolici.

Oggi, 25 aprile 2012, ci ritroviamo insieme a Tapignola, luogo ideale di riconciliazione con la storia. Il primo ad accogliere le persone che arrivano da fuori è Graziano che come nella precedente edizione si occupa del parcheggio, è uno dei componenti dell’organizzazione, siamo poche persone, bastano le dita di una mano per contarci, abbiamo storie e provenienze diverse e  l’unica cosa che ci unisce è un’amicizia sincera.

Nella canonica già dal primo mattino le rezdore sono al lavoro, in cucina le torte pronte da tagliare e gli uomini fuori a disporre i tavoli per il pranzo. La chiesa all’interno è tirata a lucido come è d’obbligo nei giorni di festa e i gigli portati da Carlo, il responsabile dell’evento, rendono onore all’altare e alle giovani vite innocenti che saranno ricordate nella giornata, prima fra tutte quella di don Pasquino. Nessuna divagazione alla ricorrenza che celebriamo, restare al tema è doveroso e sacrosanto, è festa di Liberazione e ci basta.

Sul sagrato incontro Giovanni Lindo, mi dice di essere emozionato, non è da lui artista abituato a calcare le scene da una vita, ma qui è un’altra cosa e sull’artista prevale l’uomo con alle spalle la tradizione di una famiglia, una madre e una nonna che gli hanno insegnato la devozione e il rispetto. Sarà lui a presentare l’opera del professor Sandro Spreafico “ I cattolici reggiani dallo stato totalitario alla democrazia: la Resistenza come problema”. Per introdurre il lungo lavoro , meticoloso e non privo di problemi dello storico reggiano, Ferretti inizia con un ricordo che lo colpì: un monumento composto da una pila di volumi mastodontici eretto nel luogo dove i nazisti fecero un rogo di libri nella Berlino meta dei suoi concerti. Per quanto sia difficile pensare a un monumento alla Resistenza i sette volumi di Spreafico ne sono emblema. Il pubblico della mattina è raccolto e motivato a conoscere pagine che rimarranno una pietra angolare nella storiografia e che  raccontano di una città non ancora in pace con la propria storia. Si parla di cattolici che sembrano ora in estinzione,  giovani la cui unica ricchezza era data dalla fede, esempi di coerenza e di libertà: uomini di Dio. Figure impopolari all’epoca, esempi da seguire oggi che è richiesta una nuova onestà di fronte al bene comune. Si resta ad ascoltare la lezione magistrale del professore introdotta da Clementina Santi fino all’ora del pranzo senza fiatare poi, tutti a prendere posto per condividere il pranzo in un’atmosfera familiare che ricorda le sagre contadine di un tempo, qualcuno si ferma in compagnia anche solo per un piatto di polenta ed è ospite gradito. Nel pomeriggio le persone si alternano arrivano i giovani, la storia cede il passo alla testimonianza. Parole, preghiere e canti dalla voce chiara di Giovanni Lindo Ferretti accompagnato da Ezio Bonicelli al violino.

A concludere la giornata la santa Messa presieduta da don Giuseppe Dossetti  insieme a don Alberto Nava . L’offerta è di una giornata vissuta in pace e serenità e fedele alle intenzioni: “Un 25 aprile insolito, lontano dalla retorica delle celebrazioni, libero, semplice, contadino. Mangiare e bere sull’aia, nessun monumento da ricoprire di frasi di circostanza solo un cielo e una terra superstiti e testimoni di giovani vite spezzate, in un luogo che costringe al ricordo sincero della Storia”.

Daniela Anna Simonazzi




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Giovanni Lindo Ferretti - UN 25 APRILE SOLITARIO Tapignola 2012
20 aprile 2012




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POLITICA
I politici? A spalare il fango (7per24.it 06.11.11)
9 novembre 2011

“Critiche ad un Italia che ha sempre meno buon senso” era il titolo di una lettera scritta due anni fa a un giornale reggiano, dettata dall’indignazione per l’immagine  data da  una cattiva politica,  rissosa, inconcludente e incapace di confrontarsi per il bene del paese. Riprendo le testuali parole con amarezza nel constatare che ancora una volta il tema è drammaticamente d’attualità. “ Sembra inutile richiamare al rigore chi ha ruoli politici e istituzionali o smuovere una classe dirigente  sempre più concentrata su se stessa.

L’aula del Senato era quasi deserta mentre si parlava del disastro nel messinese, raro invece vedere la poltrona di un politico vuota in qualche trasmissione televisiva. Nell’attuale situazione sarebbe opportuno abbassare i toni della polemica, per concentrarsi con un po’ di buon senso sui problemi di un paese devastato dalla crisi e dalla cattiva gestione del territorio…” ( 11 ottobre 2009) . In quella circostanza, durante i lavori di recupero delle vittime, le parole del responsabile della protezione civile furono lapidarie “sono otto anni che denuncio la situazione”. Quale situazione ? Quella creata negli ultimi 30 o 40 anni nei quali si è lasciato costruire ovunque senza realizzare opere di prevenzione. Quella che non segue il monitoraggio di zone a rischio esondazioni e frane e vede case costruite nella foce dei fiumi. Quella con i fossi che spesso diventano discariche che impediscono il defluire delle acque…

E ora  a distanza di due anni ascoltiamo di nuovo le parole dell’esperto che ribadisce ciò che ogni persona in coscienza non può dire di ignorare. Il cambiamento climatico ha reso le piogge meno frequenti ma più forti di intensità. La natura a volte si ribella e mostra il suo potere. In un territorio saccheggiato e cementificato senza logica alcuna, l’ondata di maltempo dei giorni scorsi ha fatto sì che ancora oggi si contino i morti. Non è accettabile la solita retorica “partecipazione al dolore” di chi non ha avuto a cuore il bene delle persone e non ha salvaguardato un paese o una città. Da tre giorni si parlava di allerta meteo, di una forte perturbazione che avrebbe coinvolto il versante ligure, Genova è nota a tutti come una città a rischio se sottoposta a forti eventi climatici. La situazione vissuta nei giorni scorsi alle Cinque Terre avrebbe dovuto insegnare. Credo che se gli amministratori avessero interpellato un marinaio genovese o un agricoltore di Vernazza loro sì avrebbero capito l’emergenza e forse avrebbero consigliato di chiudere le scuole, di fare evacuare la gente e allontanate le auto da zone a rischio allagamenti per far defluire le acque.

Considerando che già i Sumeri creavano canali per agevolare il contenimento delle acque, gli attuali amministratori con l’ausilio di consulenti che paghiamo profumatamente non ci pare che abbiano fatto di meglio. Anzi forse è l’ultimo dei loro pensieri prendere precauzioni, prevenire, finchè non arriva la catastrofe. Dalle immagini passate in televisione non emerge una grande preoccupazione per la messa in sicurezza e la tutela delle persone che sono state allertate a recarsi nei piani alti delle case quando già l’acqua aveva raggiunto livelli spaventosi. Forse c’era la speranza che anche questa volta tutto andasse bene, in sede di consiglio si saranno incrociate le dita: tanto le responsabilità non vengono mai fuori, la colpa è di chi c’era prima … mancano i fondi… abbiamo fatto tutto il possibile….

Ora naturalmente ci sarà l’indignazione della gente che viene ascoltata solo quando grida disperazione. I politici verseranno la lacrimuccia di rito e se ne riparlerà alla prossima occasione. Non mi si accusi di fare antipolitica ma io personalmente manderei i rappresentanti di maggioranza e opposizione, compresi i centristi a spalare fango fino alle prossime elezioni, ciò nonostante non potranno dire di essersi meritati tutti i privilegi di cui godono ingiustamente. A onor del vero è giusto riconoscere, lo hanno mostrato le immagini televisive, qualcosa è stato fatto nell’emergenza, il display posizionato all’ingresso della città di Genova oltre ad indicare il ritardo di 25 minuti degli autobus di linea, segnalava “Causa maltempo cimiteri chiusi”. 

Signora K - Occhio di topo




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Tra verità storica e verità giudiziaria ( 7per24.it 09.07.11)
13 luglio 2011

Trovo sconcertante che una città come Reggio Emilia non abbia mai dedicato nulla ad Alceste Campanile. Sono le parole pronunciate dal giornalista  Alberto Guarnieri durante la presentazione del suo libro-fumetto “1975- Un delitto emiliano”. Ciascuno di noi può convenire che non sia la prima volta che in circostanze simili emerga la suddetta constatazione e sottintesa proposta. Nella nostra città è un’abitudine consolidata che ci siano corsie preferenziali per meritare un posto nella memoria collettiva. La serata alla Panizzi dedicata ad uno dei delitti più sconcertanti della storia reggiana è meritevole ma ha riproposto la solita dinamica che caratterizza questi eventi. Un susseguirsi di se?forse?ma? che prende il via dalla “frattura generata dall’8 settembre ’43″ per arrivare alla “mancata condivisione della memoria”, poi gli anni di piombo e la gente che voleva cambiare il mondo”, “la pista di destra”, “quella di sinistra”.?

Parlare degli anni Settanta, per chi li ha vissuti, crea l’occasione di parlare di sé, di essere protagonisti ancora oggi di una dialettica che spesso sfiora i contenuti, sempre nella tensione di dire la cosa più bella e non la più giusta. Una gara tra intelligenze che cercano di catturare consenso dal pubblico per giustificare i propri fallimenti o per ribadire gli ideali di un tempo. È un esercizio che non vedrebbe coinvolto, se la sua vita non fosse stata spezzata, il giovane Alceste. Parole e parole che spesso trascurano l’essenziale. Di Alceste anche in questa recente occasione non si è parlato anche se tutti conoscevano i fatti, tutti conoscevano le dinamiche, tutti conoscevano tutti. Elementi che basterebbero ad avere una certezza sulla verità ma non è così.

Alceste aveva 22 anni, li avrebbe festeggiati a luglio, il mese successivo la sua inspiegabile uccisione, era un ragazzo che aveva il coraggio delle proprie idee, amava dire ciò che pensava anche se non in sintonia con un’ideologia alla quale si doveva giurare fedeltà. Non era uno stupido, è stato ribadito nella serata di venerdì, e questo, soprattutto in quegli anni, non giocava a suo favore.

Nessuno sa con certezza se nella vicenda Campanile la giustizia abbia trionfato o se, come accade a volte, la verità storica non corrisponda a quella giudiziaria. Nel nostro Paese sembra essere un motivo ricorrente, siamo oramai rassegnati alla mancata giustizia su tanti delitti . Resta il fatto che un colpevole c’è anche se molti sollevano dubbi sull’ammissione del pentito Bellini.

Un verdetto è stato emesso e basta per far sì che – volendolo fare – qualcuno possa guardare negli occhi l’autore del delitto di un innocente. Nel caso ci sia stato o accada un incontro di riconciliazione con i familiari immagino un grande imbarazzo ad accettare un gesto umanamente così importante se la verità dei fatti fosse un’altra. Restiamo comunque nella realtà pur nella speranza che una certezza assoluta possa negli anni emergere dal momento che i protagonisti di quell’epoca sono ancora abbastanza giovani e con tanta voglia di raccontare.

Se la città di Reggio non ha mai dedicato nulla a uno dei suoi “figli più belli” e non è la prima volta che accade, bisogna riconoscere che là dove manca una volontà politica, il buon senso e la sensibilità di qualcuno ci confortano. In ricordo di Alceste Campanile esiste uno spazio a lui dedicato in rete. Basta leggere la lettera della madre Lucrezia inviata agli autori dell’iniziativa in occasione del trentesimo anniversario della morte il 12 giugno 2005 per comprendere il valore umano di un gesto concreto. Non riesco a capire come mai – da noi in particolare – ci siano figure esemplari che meriterebbero di essere proposte ai giovani di oggi, ma pagano ingiustamente il prezzo di un oblio dovuto alle circostanze oscure e ai misteri che avvolgono la loro tragica morte.

 




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SOCIETA'
Riprendiamoci la nostra storia ( Il Resto del Carlino - Reggio 28.01.11)
29 gennaio 2011

 

È sempre più frequente leggere le notizie dei giornali e percepire quella sensazione che in psicologia viene definita déjà vu. Certo la politica italiana non sta brillando per idee nuove e la creatività viene forse riservata a performance non certo istituzionali. Anche la cronaca  locale ci riporta a uno dei campi di battaglia politica preferiti: la toponomastica. È di questi giorni la discussione su via Tito. Non è una novità, da sempre l’intitolazione di vie o piazze rimane un terreno ideale di scontro. È vero, esistono nuove conoscenze storiche e quindi sono necessari riconoscimenti in positivo o in negativo di alcuni fatti, ma questo non deve farci dimenticare quella che è la storia di una città e quindi la responsabilità di scelte che oggi ai nostri occhi possono apparire inaccettabili. Riconosco inopportuna la decisione di dedicare non a “uno statista” ma a un uomo che si macchiò le mani di sangue innocente una via. Meraviglia ancor più che la scelta sia stata fatta in anni tutto sommato recenti, quindi senza l’attenuante della scarsa conoscenza degli eventi tragici legati al confine orientale. Sarei curiosa di conoscere le motivazioni messe ai voti per dedicare una via a Tito dopodiché ognuno si assuma l’onere di una scelta senza dubbio infelice. Mi chiedo piuttosto se non sia più urgente un’operazione culturale che vada al di là degli scranni di Sala Tricolore per fare sì che la celebrazione della Giornata del Ricordo possa entrare se non nel cuore nelle coscienze della gente. Ho ben presente la ricorrenza in anni passati, mal digerita sia dall’ANPI che da ISTORECO. Ho il ricordo di un convegno tesissimo con Marcello Veneziani e Nevenka Troha  e della prima mostra sulle foibe in una stanzetta adiacente al polo archivistico. Immagini eloquenti, non una didascalia, non una spiegazione, lo squallore rivelava ancor più il dramma dei profughi e delle vittime. Mi colpì il fatto che alcune foto cadute sul pavimento venissero lasciate lì in modo irriverente, alla mia segnalazione l’incaricata alla sorveglianza rispose che non era autorizzata a raccoglierle. Se i cambiamenti su certi frangenti faticano ad essere accettati bisogna riconoscere che poco si sia fatto per conoscere una storia che ha  radici profonde. Vogliamo forse rinnegare, per fare un esempio, che nel reggiano i sindaci erano soprannominati  “zarina” o “piccolo padre”? O che in alcune piccole sezioni di partito, come racconta Pasolini, si lasciava una sedia vuota di fianco al relatore di turno ad indicare simbolicamente la presidenza del compagno Stalin? Ora si vuole sostituire il nome di Tito con quello del beato Rolando Rivi. Immagino il povero Guareschi indispettito per avere di gran lunga superato la sua fantasia letteraria. Con questi metodi i nodi gordiani che riguardano la storia del nostro paese difficilmente si potranno sciogliere. Il guaio è che sono troppi gli uomini e sempre gli stessi che da anni vivono il ruolo istituzionale e politico con la fatica di apportare un’idea nuova . Perché non valorizzare esperienze importanti ma dimenticate della storia locale? Penso ad esempio alla proposta fatta dall’on. Montanari nel 2008 per creare un monumento ai giovani dei Fogli Tricolore, esperienza straordinaria di un gruppo di studenti cattolici reggiani sconosciuta ai più . Ci sono tante cose da recuperare e non dobbiamo forse curarci più di tanto se nella stratificazione degli eventi storici rimangono scelte inopportune, anche queste saranno giudicate dalle generazioni future e racconteranno la difficoltà di un’evoluzione su alcuni temi spinosi. Si lavori per compensare anziché rimuovere, si  faccia un lavoro di sensibilizzazione su ciò che si è trascurato in passato come la Giornata del Ricordo. Oppure, se non si è capaci di fare un passo in avanti, si ascolti il suggerimento degli abitanti di via Tito, ci si occupi  piuttosto del problema del traffico, argomento attorno al quale i cittadini riescono a trovare più punti in comune rispetto a quelli raggiungibili in Sala Tricolore.  
 
Daniela Anna Simonazzi 

Anna Vittoria Z. - Niki


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SOCIETA'
Ricordo di De Gasperi il giorno della Repubblica( www.reggio7.com 02.06.10)
29 gennaio 2011

Ricordare Alcide De Gasperi, uno dei padri fondatori della Repubblica, a pochi giorni dalla ricorrenza del 2 giugno è un atto dovuto nei confronti di un politico che fece grande il nostro paese.  Se l’Italia riconquistò un posto onorato nel mondo il merito va sicuramente a lui. Attraverso il racconto di Maria Romana, la figlia, si scopre un uomo che visse in profonda solitudine la sua vicenda politica e umana. Una persona umile che sosteneva di mettere la sua “poca” intelligenza al servizio della verità, consapevole che i problemi superano spesso la misura dell’uomo. Il convegno di venerdì scorso patrocinato dal Comitato per le celebrazioni dell’Unità d’Italia è stato proposto dal circolo Toniolo con il tema “I cattolici e il senso dello Stato”. Il clima che si crea in questi incontri che catturano un’attenzione che va oltre gli schieramenti politici è ovviamente di ammirazione e di nostalgia, non di tempi migliori (l’Italia era un paese da ricostruire) ma piuttosto di uomini migliori.  La riflessione si è soffermata maggiormente sull’esperienza umana di De Gasperi attraverso i ricordi della figlia,  per concludersi con l’aspetto della vocazione analizzato dallo storico Spreafico.  Sicuramente il rigore  morale la  correttezza e la  sobrietà nell’uso del denaro pubblico sono un esempio quanto mai provocatorio e imbarazzante nella realtà attuale fatta di sprechi e indebitamenti. Secondo il pensiero di De Gasperi il rispetto dello Stato parte dalle piccole cose, perché la democrazia e la civiltà si mantengono “francescanamente” anche col poco e risparmiare per la cosa pubblica è fondamentale. Fu un uomo  modesto, ricorda la figlia, a volte usava la stessa agenda per più di un anno e dopo la sua morte la moglie andò a restituire la carta da lettera che era rimasta inutilizzata alla Presidenza del Consiglio. Maria Romana dice di non avere percepito lo stipendio per il suo lavoro alla segreteria del padre poiché lui sosteneva che due persone della stessa famiglia non potessero stare a carico dello Stato. Oggi queste cose ci fanno sorridere, ridiamo un po’ di meno però pensando al debito pubblico e ai privilegi che negli anni si sono costruiti uomini di potere più attenti al bene per sè  e per i propri congiunti che al bene comune. È una contraddizione sentire oggi inneggiare da tutte le parti politiche a quest’uomo, quasi un’icona del passato,  quando gli sprechi nella gestione pubblica sono all’ordine del giorno e i compensi per l’impegno politico faraonici. Per rimanere al tema della serata, sarebbe interessante interrogarsi anche sui motivi di un evidente logoramento delle radici culturali e della presenza dei cattolici nel nostro paese. In un momento in cui circola molto cattolicesimo e poco cristianesimo sembra di fare riferimento al museo dei ricordi  parlare dei valori  incarnati da un personaggio come De Gasperi. Lui, insieme a figure autorevoli del cattolicesimo come Schuman e Adenauer riteneva il cristianesimo un valore fondante dell’Europa. Oggi il richiamo alle radici cristiane nella Carta Costituzionale dell’Unione pare non sia necessario perché è sottinteso che i principi di libertà e civiltà abbiano matrice cristiana e indicare questa matrice sarebbe una forma di integralismo ( Padoa Schioppa). De Gasperi a differenza di tanti cattolici attualmente impegnati in politica non rinunciò ai principi della propria fede e non cedette ai compromessi, pagò duramente  per essersi opposto al regime, il suo antifascismo lo portò al carcere e all’esilio e con coraggio si oppose anche al Papa. Si sorvola però sul fatto che De Gasperi  fu inflessibile anche contro il comunismo eppure il primo a confrontarsi con l’anticomunismo degasperiano fu proprio Togliatti. Nel ’34 De Gasperi si rallegrò per la sconfitta dei socialdemocratici austriaci che stavano a suo parere soffocando la fede e il cristianesimo tra i giovani. La sua modernità e lungimiranza sono emerse in modo incisivo nella scelta di brani selezionati da Ercole Leurini, voce narrante della serata: “È vero ogni governo ha bisogno di un certo pungolo…io accetto anche il pungolo ad una condizione: che ad un certo punto quelli che stanno pungolando scendano dal carro e si mettano anch’essi alla stanga e dimostrino di saper tirare”, tratte da un discorso del 1949. Eloquenti alla morte dello statista furono  le parole di Giovannino Guareschi, l’unico italiano imprigionato per reati di stampa ( anche sul giornalismo attuale si potrebbe aprire una sana riflessione) per avere pubblicato lettere di De Gasperi forse non autentiche su “Candido” il giornale che dirigeva:  “Al confronto dei campioni politici di oggi, De Gasperi era un gigante”. A fine serata ho chiesto a Maria Romana se ci sia da parte sua qualche difficoltà a riconoscersi nell’attuale classe politica: “Non è facile” è stata la risposta.

Non mi stupisco, dal momento che pur avendo tanto bisogno oggi dello stile di suo padre non mi pare siano molti a condurre la propria “vocazione” politica con fede, moralità e più di ogni altra cosa in “francescana” sobrietà. .      

Daniela Anna Simonazzi

Marc Chagall - ( Derrier le Miroir-Fondazione Maeght)
 


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CULTURA
Malick Sidibè, grande fotografo africano invitato a Reggio per catturare il reale( www.reggio7.com 11.05.10)
29 gennaio 2011

Con Malick Sidibè, è l’“incanto dell’Africa” ad essere in mostra a Reggio Emilia per la quinta edizione di Fotografia Europea. Il più importante fotografo africano vivente, è arrivato domenica alla Collezione Maramotti  per scattare alcune fotografie ai visitatori. Accompagnato dalla moglie, avvolta in un coloratissimo abito maliano, Malick, si regge col bastone ma è sorridente e caloroso con tutti, come la terra che lo ha visto crescere ed invecchiare. Al centro della  mostra  “La vie en rose” è stato allestito lo “Studio Malick”, in tutto simile all’originale aperto nel 1960 a Bamako, mai abbandonato nonostante la notorietà . Ottimo il lavoro delle curatrici per ricreare l’atmosfera che solitamente circonda il  fotografo nel suo lavoro, è il caso di dire che rispetto allo studio originale manca soltanto la polvere: “la ricchezza del popolo africano” ama puntualizzare Sidibè. È interessante osservare come Malick si avvicini quasi con devozione all’obbiettivo e sia molto risoluto nell’indicare alle persone la posa per il ritratto: “prima le mamme e i bambini” mette in chiaro, poi “attention…souriez” e il ritratto è fatto. Attraverso i 5O scatti  esposti per la rassegna, racconta di una terra che è soprattutto colore e lo fa usando rigorosamente il bianco e nero, perché a suo parere solo così le immagini sono “senza inganno”, più sincere ed autentiche di qualsiasi parola. In queste fotografie è raccontata la Bamako degli anni 60 e 70, le feste, i giovani, la voglia di vivere e di guardare con fiducia all’avvenire. Nell’osservarle sembra di sentire la musica e i ritmi africani, sottofondo naturale al lavoro di un uomo che ha scritto, nero su bianco, la storia del suo paese attraverso le immagini. Malick rappresenta con la sua arte un’epoca, la sua gente, che pur non vivendo nell’abbondanza mostra una grande dignità, lo si nota dalla cura che ogni persona ha nel porsi di fronte all’obbiettivo, con abiti decorosi e che si ispirano alla moda . È il forte legame che questo anziano signore ha con la sua Africa,  un paese che Malick non vuole rappresentare  solo come luogo di dolore, a rendere il personaggio ancora più interessante. Non sarebbe più logico, secondo i criteri attuali, dopo avere guadagnato la fama, il denaro, aver girato il mondo, aprire uno studio a Parigi, Londra o New York anziché rimanere in una lontana città del Mali? Fortunatamente, per Malick le logiche sono altre e la sua semplicità ci fa ben sperare che l’Africa abbia mantenuto quel patrimonio culturale e di valori ormai rari nel mondo occidentale. In questo desiderio, le sue parole ci rassicurano: “La fotografia non mente. Io credo al potere dell’immagine, per questo ho passato tutta la vita a ritrarre le persone nel miglior modo possibile. Perché la vita è un dono di Dio ed è migliore se la si affronta con un sorriso”. Veramente una bella persona Malick, non erano moltissimi domenica ad accogliere una figura importante per la storia della fotografia internazionale, l’unico nel settore ad avere ricevuto il Leone d’Oro alla carriera, nome noto anche per le pubblicazioni dei suoi libri in Europa, Stati Uniti e Africa. È vero, le proposte sono tante ( forse troppe) poi si tende ad inseguire i grandi nomi ( Malick Sidibè è un grande nome). Grazie  alla Collezione Maramotti  per averci fatto incontrare questo vecchio saggio della macchina fotografica, senza la ressa dei vernissage più chic, in un contesto più autentico, simile ai suoi numerosi reportage di feste, battesimi e matrimoni. E pensare che quando nella capitale malese c’è un avvenimento importante e Malick Sidibè  non può partecipare viene spostata l’ora o anche il giorno dell’evento pur di averlo e per la gioia di essere fotografati dall’artista, ma si sa paese che vai, gente che trovi … o non trovi.   

 Daniela Anna Simonazzi

 

CULTURA
Dialoghi in cattedrale ( www.reggio7.com 08.05.10)
29 gennaio 2011

Ci sono  proposte culturali che, oltre ad occupare il nostro tempo, raramente, lasciano traccia nella mente e tanto meno nel cuore. Non è il caso dei Dialoghi in Cattedrale, la serata di giovedì ha visto la partecipazione di moltissime persone e di due protagonisti d’eccezione: Massimo Cacciari e Luciano Monari. Il professore ed il monsignore, in controtendenza con le teorie attuali, che invitano l’uomo a liberare la mente, propongono un altro tipo di esercizio: quello di lasciarsi attirare da desideri nuovi, sfidare la complessità di temi come quello da loro affrontato “Vangelo, legge e libertà”. La risposta del pubblico all’incontro che prende spunto dalle lettere di san Paolo, ci fa capire che in un mondo dove si rischia di offuscare tutto, ci sia bisogno di nutrimento interiore, di confronti seri,  d’ascolto e di riflessione. La sfida non è dire chi ha ragione e chi ha torto ma, in questo caso,  mettere a confronto due prospettive, quella filosofica e quella religiosa, per trovare eventuali punti di incontro o di arricchimento. Per  Cacciari, la libertà, “croce del filosofo”, è tale se non è soggetta a condizionamenti e a vincoli, come possono essere le leggi,  quindi, è impossibile dimostrare la piena libertà delle azioni umane. Attraverso il pensiero filosofico ed il ragionamento il professore sostiene di non aver raggiunto ciò che cerca e la libertà vera: “io non lo so”, afferma a chiare lettere e a suo parere, bisogna aprire una prospettiva o religiosa o di pensiero. Se lo sbaglio sta nel cercare la libertà come qualcosa che ci appartiene e non come un dono il solo modo per sentirsi liberi è donare la libertà e perdonare, secondo Cacciari. Da qui, la constatazione  che la filosofia non può liberare attraverso il pensiero ed il ragionamento, deve intrecciarsi col discorso teologico, perché, la sorgente che l’uomo di fede domina, è un abisso di fronte al quale il filosofo rimane impotente. Quando la parola passa al vescovo Monari, l’approccio  al tema è un’altro, nello stile  proprio di don Luciano che molti di noi hanno conosciuto come appassionato delle scritture, lui, risponde con le parole del vangelo, la forza delle sue parole  non viene dall’uomo ma dall’uomo di Dio che incarna totalmente il messaggio evangelico. La proposta cristiana libera l’uomo dalla potenza del mondo, dalla sottomissione alle leggi umane, che sono importanti per la convivenza civile, ma non ci possono far rinascere come creature nuove sull’esempio di san Paolo. Il biblista mette in risalto la potenza del mondo come realtà che abbiamo di fronte e ci schiaccia perché il cammino del mondo va oltre la vita dell’uomo. Come possiamo liberarci dal mondo e conquistare una libertà autentica? Monari, con le parole di  Paolo, indica una via nuova e presuppone un Dio buono: “ tutto è vostro ma voi siete di Dio e la fede in Dio è liberante”. Se il confronto lo si fa a tre: io, il mondo e Dio il mondo viene relativizzato e perde la sua assolutezza non può più schiacciarmi. L’appartenenza al mondo comporta la schiavitù, l’appartenere a Dio la libertà . In questa direzione è indispensabile fare riferimento all’esempio di Cristo che si è affidato a Dio e consegnandosi a Lui non ha dovuto rispondere al male col male. Anche la morte se  è con Gesù perde la sua dimensione di angoscia, in questa ottica il mondo non spaventa e non seduce ma ci rende liberi di vivere e di morire. Questo stile di vita nuovo può venire solo dalla presenza dello Spirito e gli esempi di questa benevolenza nei veri cristiani non mancano, pensiamo a san Francesco. Quindi, dalla difficoltà del filosofo a parlare di libertà senza appellarsi al vangelo alla difficoltà del cristiano a sentirsi veramente libero senza appartenere incondizionatamente  a Dio. Entrambi i percorsi, come è stato detto dai relatori, comportano un esercizio progressivo, per il credente è l’ascolto “affettuoso” del vangelo e per il laico, come indica Cacciari, l’esperienza di continuare a pensare che è di per sé segno di libertà. In  questo dialogo tra un’anima laica che libertà va cercando ed una religiosa che trova la propria libertà nel Verbo che si fece carne, dal “io non lo so”del filosofo  al “io mi affido”del teologo, ciascuno può scegliere la propria strada. Ho apprezzato l’onestà della riflessione di Cacciari ed ho grande stima e riconoscenza per don Luciano che negli anni trascorsi in terra reggiana ha fatto avvicinare tante persone al Vangelo. Lontano da dialettiche puramente umane, le sue riflessioni, nella direzione spirituale, erano sempre riconducibili alle scritture. Dal suo sguardo, che trasmette armonia e serenità  frutto di un esercizio continuo nell’ascolto della Parola e di un’umile adesione a Cristo, un esempio di libertà autentica. 

Daniela Anna Simonazzi   

Marc Chagall - Crocefissione mistica ( Derrier le Miroir-Fondazione Maeght)
 




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SOCIETA'
Il 25 aprile reggiano ( www.reggio7.com 24.04.10)
25 aprile 2010

Il 25 aprile è giorno di festa, Festa della Liberazione, ciascuno è libero di trascorrerla come crede, in solitudine o in compagnia, a patto di fare memoria di quel lontano giorno del ’45 è libero di non dover scegliere se andare ad un corteo dove prima si va uniti poi ci si divide (dèjà vu), accade in un paese della bassa reggiana e non è un inedito Guareschi ma una situazione reale grottesca nella quale l’astensionismo sarà  indice di buon senso. Tra l’altro, le possibilità per festeggiare non mancano le associazioni partigiane hanno iniziative ovunque: biciclettate per la Liberazione, maratone per la Resistenza, camminate, escursioni, gare di bocce e canottaggio, a Parigi l’ANPI propone un picnic per i partigiani e a Bruxelles organizza un Freedom & Liberation Party. Là dove i cortei, i discorsi (o comizi) dal palco e le iniziative culturali vedranno presenti i soliti affezionati, puntare sulle attività ludiche e sportive per poi concludere con una grande abbuffata raccoglie sicuramente maggiori consensi. Si compensano così le piazze semideserte con i parchi popolati da: maratoneti, escursionisti e cicloamatori prestati al barbecue. Al di là di tanti discorsi sul 25 aprile come festa condivisa, pesano sulle nostre spalle sessantacinque anni di riti consolidati attorno ad una celebrazione che dovrebbe coinvolgere tutti ma, in terra reggiana  particolarmente, ha sempre avuto a cuore una sola parte. In questa evoluzione (o rivoluzione) mancata, un peso notevole lo hanno avuto le istituzioni, delegando la responsabilità della memoria quasi esclusivamente alle associazioni partigiane, organismi con un forte potere (elettorale), che hanno fatto propria un’eredità frutto del sacrificio di molti e degna di un contesto culturale di più ampio respiro. È innegabile che in questa situazione di fatto le lacune siano evidenti: nelle formazioni partigiane le componenti erano diverse, non tutti indossavano il fazzoletto rosso, c’era chi lo portava tricolore ma non per questo si risparmiò nella lotta, ci furono i militari con i loro 87.000 morti, gli alleati che hanno lasciato, nei camposanti a loro dedicati, distese di croci bianche indistinguibili.

Eppure anche tra loro ci sarà stato chi si è distinto rispetto ad altri, chi ha combattuto con maggior coraggio, l’uguaglianza in questo caso la dettò la causa, per tutti la medesima: la libertà. Ognuno ha la propria memoria da custodire e i propri morti da ricordare, ma tutte le memorie dovrebbero essere legittimate per non vanificare l’ideale che fu della Resistenza. È vero che all’indomani della Liberazione le divisioni si sono riproposte lasciando profonde ferite. Oggi però è bene ricordare le ragioni di un continuo richiamo alla Costituzione,  perché la difesa ad oltranza  rischia di rimanere lettera morta se non si rispettano le parti migliori che scandiscono la carta costituzionale. È  proprio raffrontando gli anni che ci separano dal ’45 ad oggi ad uno degli articoli più rivoluzionari, il terzo, che troviamo profonde contraddizioni con le celebrazioni della festa di Liberazione. Il secondo comma dell’articolo richiama ad un’uguaglianza sostanziale di tutti i cittadini. È la traduzione dell’egalitè francese, che vede lo Stato nelle sue diramazioni locali, dai comuni alle regioni, rimuovere tutti quegli ostacoli che di fatto limitano questo principio tra i cittadini. Ora, se guardiamo alla festa del 25 aprile nel corso degli anni, è evidente che le diseguaglianze si siano create attorno ad una celebrazione dove non a tutti sono stati garantiti pari diritti. In questo contesto, invitare alle celebrazioni personaggi dichiaratamente faziosi garantisce una certa partigianeria oltre a riempire la piazza, ma va nella direzione del riconoscimento di ogni memoria o allarga piuttosto il solco delle diseguaglianze? È una prassi rispettosa della vicenda storica riportare il discorso ad altre forme di resistenza contemporanea, come quella alla mafia, per la tipica abitudine italiana di sovrapporre alla storia indistintamente qualsiasi causa? Dai palchi si parlerà di giovani che sacrificarono la loro vita per creare un paese libero, o si finirà col parlare dei soliti problemi: il governo, le riforme, il patto di stabilità…? In sintesi, fino a quando permane una forte connotazione politica che calpesta il valore e l’umanità dell’evento storico e culturale ( il 25 aprile a Tapignola rappresenta un unicum) la festa di Liberazione non potrà brillare nella luce dei suoi protagonisti migliori, i piccoli e grandi maestri che dovrebbero illuminarci in un’ulteriore lotta di Liberazione: dalla retorica e dalle ipocrisie.                             

 Daniela Anna Simonazzi  

 




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SOCIETA'
Il paradigma Katyn diventi simbolo del perdono comune. Anche qui a Reggio ( www.reggio7.com 14.4.10)
25 aprile 2010

Qualcuno ha parlato della maledizione di Katyn alla notizia del tragico incidente aereo nel quale hanno perso la vita i componenti dei vertici istituzionali della Polonia, il fatto inquietante è che si apprestavano a commemorare, dopo settant’anni , i ventiduemila ufficiali polacchi, anche in questo caso la classe dirigente del paese, uccisi e occultati in fosse comuni, nel 1940, su ordine di Stalin. La prima ipotesi è quella dell’errore umano e c’è da sperare che tutti si siano spesi per scongiurarlo. La delegazione polacca, che non era stata invitata alla celebrazione ufficiale, viaggiava su un aereo sovietico, si dice fosse nella lista nera (degli aerei), un primo atterraggio è stato impedito per le condizioni meteorologiche, poi un secondo e un terzo, si pensa quindi ad un’avarìa del carburante: niente di più probabile. Comunque, sarà la scatola nera a dire cosa è accaduto e speriamo che la commissione presieduta da Putin sia più trasparente di quella che si occupò della vicenda  di Anna Politkovskaja, pare che la Polonia abbia, giustamente, inviato dieci commissari per le verifiche. Tornando a Katyn 1, dopo settant’anni di menzogne, di silenzi e di occultamento di documenti, fu lo stesso Putin nel 2004 a porre il segreto di stato sul massacro, si rende giustizia ad un popolo tra i più martoriati dell’est Europa. Non che Putin, “l’uomo con un piede nel passato” con questo gesto significativo abbia voluto fare un riconoscimento pieno, senza se e senza ma, lo dimostra la scelta di voler unire nel memoriale il ricordo dei  prigionieri russi uccisi dai polacchi, nel 1920, nella guerra russo-polacca, una sibillina tesi giustificazionista . Il giorno della visita di Putin a Katyn, la “RUVR”, voce della Russia, apriva la notizia con la premessa “Nessuno è stato dimenticato. Nulla è stato dimenticato”. Frase ricorrente anche in un contesto più vicino a noi, che analogamente, durante la guerra e nel dopoguerra cha visto l’eliminazione mirata di sicuri protagonisti della classe dirigente locale e forse nazionale. Ora, qualcuno ha il coraggio di dire in modo sfrontato che: “spuntano ossa ormai come funghi”. Condivido l’opinione del Presidente di Caramella Buona su questa espressione infelice, un’irriverenza che amplifica la brutalità di metodi praticati anche in terra reggiana. Qui nessun memoriale per le fosse comuni, anche a ricordare un solo giusto tra tanti. Nelle campagne, pare sia impossibile individuare i luoghi precisi delle sepolture, secondo gli esperti, si troverebbero sotto a centri commerciali, maisonette, ipercoop. È di buon auspicio quindi lo sforzo di avere istituito Katyn come “simbolo del perdono comune” le divisioni non giovano       ( tantomeno agli accordi sul gas) e auguriamoci che questo massacro, d’ora in avanti, nei manuali scolastici e di storia non appaia più tra le noticine o preceduto da preamboli con infinite riserve. Anche sul film di Wajda , il regista che perse il padre a Katyn,  il giorno della celebrazione, è stata tolta la censura ed è circolato su un canale d’èlite (tipo History Channel), ora, dopo l’incidente aereo, Putin lo ha  finalmente legittimato ed è passato sulla rete nazionale russa. Prendiamo atto che un passo in avanti, per togliere il piede dal passato, Putin stia cercando di farlo, è evidente che gli imbarazzi siano ancora tanti nel condannare o riabilitare un’ombra ingombrante come quella di Stalin in base alle circostanze, vedremo come verrà ricordato nelle imminenti celebrazioni per la vittoria nella seconda guerra mondiale. L’Unione Europea, a differenza degli Stati Uniti, è stata piuttosto tiepida in questa tragica circostanza eppure dovremmo essere  riconoscenti verso la Polonia: oltre al merito di avere fermato l’invasione bolscevica in Europa, per l’esempio di civiltà mostrato nel fronteggiare i totalitarismi, frutto di un cristianesimo fortemente radicato in una Chiesa che ha regalato al mondo uomini santi e protagonisti dei cambiamenti storici: da papa Wojtyla a padre Popileluszko, il cui film deve sottostare ora alla medesima censura di Katyn. La fede di questo popolo è una pietra angolare per l’Europa, settant’anni di attesa per un atto di verità e di umana giustizia dimostrano che nei processi di pacificazione inevitabilmente una delle parti in causa abbia l’ònere e l’onore di essere più magnanima.

 Daniela Anna Simonazzi  

  

 

 

 

 

 

Antonio Fontanesi  - Il Lavoro




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SOCIETA'
Ru, il peso dei silenzi (Il Giornale di Reggio 13.04.10)
14 aprile 2010

Se alcuni messaggi pubblicitari, oltre a condizionare gli acquisti, suggeriscono modelli comportamentali c’è da preoccuparsi seriamente. Penso alla pubblicità di una nota casa automobilistica: una  giovane coppia davanti alla vetrina di un negozio per neonati: biberon, scarpine…, lei osserva incantata, lui ha l’espressione visibilmente preoccupata, resta in silenzio fin quando lei grida: “le voglio così” e indica le scarpe rosse della commessa, lui sorride e fa un sospiro di sollievo, slogan finale, con l’auto che sfreccia: “Tutto il resto può aspettare”. Uno spot di questo tipo, oltre ad indicare il livello culturale, la dice lunga sul potere che ha la donna nella scelta della propria maternità. Spesso è lei che decide di essere madre o, con la stessa determinazione, di rifiutare la vita che è in lei, a volte, all’insaputa del coautore, il quale, non sempre rivendica il suo ruolo. Cosa ne pensano gli uomini del fatto che non tocchi anche a loro scegliere e riducono il dibattito di questi giorni, sulla pillola abortiva, ad una polemica esclusivamente politica? E le donne, spesso relegate a ruoli subalterni, come vedono l’essere protagoniste di conquiste umilianti e non di diritti che diano loro valore e dignità ?

È un progresso verso la tutela della maternità e la salute fisica e psichica della donna l’aver creato una pillola che permette di abortire un possibile figlio, in assoluta solitudine, senza un sostegno oltre che medico, umano, in un momento che rimarrà impresso per sempre come una ferita nell’anima? So che su questo tema è impossibile trovarsi d’accordo perché diverse sono le concezioni etiche e culturali. Come si è potuto notare dai primi casi di sperimentazione, l’introduzione della pillola, permette di uscire subito dall’ospedale, basta una firma per riportare l’aborto ad una dimensione, se non  clandestina, sicuramente privata, lasciando la donna sola nella sua responsabilità: medici, mariti o fidanzati sempre più lontani se non estranei. Non  ritengo ciò una conquista e giudicherei più onorevole investire nella corretta applicazione della legge 194 che non deve essere usata come metodo di contraccezione. Molte cose rimangono da fare per una più efficace educazione alla responsabilità soprattutto tra i giovani . L’utilizzo di una pillola, in apparenza, rende più sbrigativa una scelta che comunque rimarrà tatuata sul corpo della donna. D’altro canto, si risolve così il problema della disponibilità di medici per l’aborto chirurgico, visto il numero sempre maggiore di  obiettori di coscienza. Antinori, che rappresenta il pensiero laico, in un’intervista ha sollevato il problema sui danni che la pillola può provocare. Ma non c’è tempo per questi cavilli, la scienza va avanti e deve cercare sempre nuove formule. Si sta già parlando della pillola del quinto giorno, già esiste quella del giorno dopo e quella dei giorni prima, il mercato si sa ha le sue regole. Mi chiedo se siamo noi o le multinazionali farmaceutiche a decidere della  qualità della vita. Poi c’è chi si scandalizza se qualche cattolico si dissocia. Qualcuno pensa che la Presidente del Consiglio Comunale rappresenti “solo” il suo pensiero e non quello del Sindaco, cattolico, medico e padre di nove figli, o di un Consigliere regionale eletto col sostegno degli ambienti francescani ed oratoriali? Se non ci saranno dichiarazioni da parte dei cattolici impegnati in politica, come sempre accade nella storia, soprattutto i silenzi avranno un peso.

 

Daniela Anna Simonazzi




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SOCIETA'
La pietra d'inciampo (Il Giornale di Reggio 03.03.10) (La Libertà 06.03.10)
3 marzo 2010
 

Proprio per la responsabilità che dovremmo avere di una memoria che rischia di andare perduta, ci saremmo aspettati un atto di coraggio- degno del Solitario- nel rendere nota la pregevole ristampa de La Penna, èdita grazie al contributo della Fondazione Manodori. In campo giornalistico è sicuramente un prodotto di nicchia, ma riservarlo a pochi appassionati non era certo nelle intenzioni di chi lo realizzò. Eppure, la storia di questo foglio indipendente rischia ancora la clandestinità. La Penna divenuta poi La Nuova Penna nel dopoguerra uscì per l’ultima volta nell’agosto del ’47 dopo la morte del Solitario. Cambiò undici tipografie sistematicamente sabotate, quando arrivava nelle edicole veniva fatta sparire o bruciata sulla pubblica piazza. Il periodico era scomodo a tal punto che Eros in cambio del silenzio de La Nuova Penna si disse disponibile a ritirare Il Garibaldino, perché riteneva il giornale – che raccoglieva molti simpatizzanti tra i cattolici- un grosso colpo all’egemonia comunista. Nel ventennale uscì un’edizione anastatica e anche questa operazione non lasciò traccia, nessuna biblioteca ne possiede una copia. La Nuova Penna rimane, fino ad anni recenti, un foglio destinato ad essere custodito in qualche luogo nascosto in attesa di una legittimazione.

Ho appreso la notizia della presentazione da un passaparola che circolava tra i soliti estimatori  presenti sabato insieme ad una rappresentanza di politici: alcuni a distribuire bigliettini con le indicazioni di voto, altri forse alla ricerca di figure autorevoli- come Il Solitario- per rafforzare immagini di partito sempre più fatiscenti.

“È sempre meglio essere cauti”è stata la risposta a chi chiedeva le ragioni della scelta del luogo, prestigioso, ma col limite di non essere uno spazio così divulgativo. Del resto, gli inviti, pochi e mirati, hanno fatto sì che a gremire la sala fosse un pubblico selezionato, al punto che l’assenza del popolo dell’ANPI era evidente ed emblematica di come certi sodalizi vengano meno quando a passare alla storia è la componente minoritaria ma luminosa del capitolo resistenziale: quella legata al mondo cattolico. Apprezzabili sono stati anche gli interventi dei politici, forse disarmati di fronte a valori più che mai sviliti nel loro mondo: l’onestà, la generosità anche materiale in tempi di grande povertà, la coerenza ad una fede mai sottomessa e il desiderio di giustizia. Mi chiedo perché non sia stato coinvolto l’assessorato alla Cultura, che ritiene il discorso sulla Resistenza “argomento non residuale”, oltre all’Ateneo reggiano o gli studenti delle scuole superiori. Dico questo non per polemizzare attorno ad un’iniziativa che ho sempre sostenuto e che si è conclusa col bel volume pubblicato da Diabasis, ma perchè credo che i giovani protagonisti dell’esperienza de La Penna prima e La Nuova Penna poi, abbiano lasciato un grande vuoto nella nostra realtà: vuoto di pensiero che non accettava la standardizzazione, convinti che il senso democratico potesse scaturire solo dal confronto e non dall’unicità. La loro assenza pesa ancora oggi e la si può colmare solo accogliendo la loro eredità morale non come un peso ma come una ricchezza.

Ci sono alcuni passaggi discutibili nei saggi introduttivi ma il valore è da riscoprire nel documento, di per sé eloquente, in questi travagliati fogli frutto del sacrificio di un gruppo di giovani contrari ad ogni ideologia e in cerca di verità. Trovo ipocrita colpevolizzare Pansa per la difficoltà di raccontare vicende- come quella del Solitario- resa nota a livello nazionale grazie a lui. Il giornalista si è inserito in un solco creato dagli storici stessi, dai loro silenzi e dall’ incapacità di confrontarsi. Incensare sempre e soltanto il proprio operato ritenendo gli altri contributi dannosi, parziali o “militanti” non è d’aiuto alle cause anche più nobili. Fuorviante poi etichettare l’esperienza di Corezzola e Morelli come “anticomunismo immaturo, probabilmente di destra, ma senz’altro democratico”. Non avrei dubbi sul senz’altro democratico, furono giovani che si batterono sempre e soltanto con la loro penna contro chi ancora impugnava le armi, i primi veri antifascisti autori dei Fogli Tricolore, per approdare dopo la lotta resistenziale in montagna ad una seconda resistenza contro i pericoli di un nuovo regime. Mettere in risalto la seconda esperienza sottovalutando la prima crea inevitabilmente degli equivoci. Furono anticomunisti con La Nuova Penna tanto quanto furono antifascisti coi Fogli Tricolore. Non creiamo motivo in qualche nostalgico di appropriarsi di questa singolare esperienza giornalistica apartitica per fini strumentali.

Non mi pare poi appropriata la solita tesi della violenza che causa violenza,  perché le vicende raccontate ne La Nuova Penna smentiscono questa dinamica: a tante uccisioni di innocenti le famiglie risposero- in modo forse originale- con la mitezza e il perdono.

Prendiamo come una battuta scherzosa l’idea che un vaccino avrebbe potuto salvare il Solitario, è un’opinione ottimistica considerando la promessa di Morelli nel voler denunciare i mandanti in vista di processi scomodi come quello dell’amico Azor  e dall’altra parte la determinazione nel voler stroncare una voce libera. È doveroso un ringraziamento alla famiglia Morelli, custode nel silenzio di una memoria tanto preziosa. Senza i loro ricordi quale storia potremmo raccontare oggi del Solitario? Per riscoprire la grandezza di giovani che furono pietra d’inciampo per chi non aveva chiare le basi della democrazia, giova, oltre le centinaia di note storiche, l’espressione di un poeta che nel ricordarli si è servito di poche riconoscenti parole: “ Di questo paese i figli più belli”.

 

Daniela Anna Simonazzi

 

SOCIETA'
Occhi di cielo ( Il Giornale di Reggio 16.02.10) (La Libertà 20.02.10)
26 febbraio 2010

“Occhi di cielo non abbandonarmi in pieno volo. Se il sole che mi illumina un giorno si spegnesse e una notte buia vincesse sulla mia vita, i tuoi occhi mi illuminerebbero…”. Così cantava Caterina, figlia del noto giornalista Antonio Socci,  nel coro degli universitari. Quattro mesi fa, alla vigilia della sua laurea, un fatale arresto cardiaco l’ha portata al coma dal quale non si è ancora risvegliata . Ora le sue condizioni di salute sono leggermente migliorate, il cuore batte autonomamente, ma come dice il padre rispondendo alle innumerevoli richieste di notizie “ è una lotta drammatica”.

Quella di Caterina non è una storia che ha catturato l’attenzione di quel mondo mediatico così solerte nel raccontare fatti che possano creare uno scontro ideologico, come ci ricorda, in  questi giorni, la vicenda di Eluana.

Eppure, anche nel silenzio, la storia di Caterina sta cambiando la vita di molti. Tanti i giovani che in questi mesi, ogni sera, in ospedale, si sono raccolti in preghiera per lei. Tanti i malati che hanno offerto conforto alla famiglia e le persone che hanno scritto parole di speranza per la sua guarigione. Un vero miracolo quello che si sta compiendo attorno a questa ragazza di ventiquattro anni colta nel pieno della vita da una prova così grande. È impossibile rimanere  indifferenti pensandola immobile in un letto, o trattenere l’emozione ascoltando, sul blog creato dagli amici, il suo canto a Maria tratto da un laudario del XIII secolo. Come non provare tenerezza per la sua persona in condizioni di sofferenza così estreme e solidarietà per la sua famiglia e tante altre che vivono la medesima situazione. Nella libertà di coscienza, segno di speranza e monito per tutti alla sacralità della vita. Il loro esempio ci fa capire che la fede non protegge dal male ma quando è forte sostiene. Testimonianze  preziose in una realtà di “indifferenti al Mistero” e più incline a “democratiche soluzioni eutanasiche”, come recita il nostro cantore Giovanni Lindo Ferretti.

Ho avuto modo di conoscere Antonio Socci in seguito ad una sua trasmissione di Excalibur. Fu lui a raccontare per primo in televisione dei nostri giovani eroi cattolici della Resistenza. Poi ci fu una piacevole conversazione in occasione del “25 aprile a Tapignola”, iniziativa che lui accolse subito con grande entusiasmo. La percezione è stata di un uomo sensibile e coraggioso. Certo anche per chi è forte ci sono situazioni della vita nelle quali è inevitabile fare i conti con l’angoscia e la paura. La felicità dei figli è il desiderio segreto di ogni padre e di ogni madre. Guardando a queste situazioni ci rendiamo conto di possedere molte cose ma non  l’essenziale: quel lieve battito che dà la vita. Il mese di febbraio dedicato alla Vita, ai malati e ai sofferenti, ci dovremmo stringere, invocando la protezione della Madonna, alle tante persone che come Caterina ci inducono a riflettere sul valore della persona in ogni condizione. È necessaria la consapevolezza che la sofferenza non si può capire né spiegare, la si può però riempire di presenza. Per le famiglie sono croci pesanti se portate in solitudine. Antonio ed Alessandra insieme ai loro figli sono sostenuti  dall’aiuto dei medici che amorevolmente curano la loro adorata figlia, dalla solidarietà di tanti amici e tantissime persone mai conosciute prima, ma quanti altri restano soli? Qualcuno si chiede dov’è Dio in queste sofferenze…se ci fosse un Dio non permetterebbe un dolore simile… dov’era Dio quanto Cristo soffriva sulla croce… Gli uomini di Chiesa dicono che era lì e soffriva con Lui e ancora oggi è accanto a chi è crocifisso ad un letto di malattia. Quanta grazia da queste croci dolenti spogliate di ogni cosa ma mai della dignità. Quanto bene Caterina ha seminato in questi mesi di malattia. Confidiamo nella scienza medica e nel miracolo della fede affinché possa riprendere il suo canto alla vita.       

 

Daniela Anna Simonazzi

SOCIETA'
A proposito del Tricolore (Il Giornale di Reggio 12.01.10)
13 gennaio 2010

 

La mattina del 7 gennaio mentre percorrevo le vie della città per raggiungere la piazza, alcune signore si chiedevano il perché di tanti agenti di polizia in servizio, in effetti, bandiere alle finestre per ricordare il giorno di festa non se ne vedevano, gli unici stendardi tricolore sventolavano dal palazzo del municipio. Non so se nelle scuole elementari la ricorrenza sia ricordata in modo solenne come un tempo, penso però che i bambini dovrebbero essere in piazza, per suscitare in loro quelle emozioni che il rito dell’alzabandiera, le sfilate di militari in divisa, scandite dal tamburino, con i làbari ricordo d’altri tempi, riescono ancora trasmettere. Purtroppo di bambini neanche l’ombra, la maggior parte degli spettatori erano anziani. Non sarebbe più gioiosa una piazza allietata dall’entusiasmo delle scolaresche e rallegrata dallo sventolìo di bandierine tricolori, magari costruite in classe con le proprie mani? Basta poco per dare ai piccoli il senso della festa. Per chi non è più bambino le cose cambiano perché si vuole essere protagonisti di un evento nel quale soltanto gli onori sono dovuti. La polemica di questi giorni non riguarda però come celebrare al meglio il simbolo della Patria, l’attenzione ricade invece su vicende che attengono alla politica.
Al di là del sentimento più o meno forte di Nazione sul quale si deve riflettere, non si può rendere trascurabile il valore simbolico del Tricolore. Rappresentare nei tre colori la volontà di unire  anziché dividere è un compito che non possiamo demandare solo al passato. È poi paradossale che il richiamo all’unità rivolto ai cittadini venga da istituzioni e politici sempre divisi su tutto, almeno qualche volta si scusassero per non essere d’esempio. Purtroppo viviamo tempi nei quali sembra che ogni ideologia abbia bisogno di una propria bandiera per differenziarsi, nota una ragazza che scrive sul blog a proposito di una mia riflessione del 7 gennaio scorso. Anche la parola democrazia ha assunto sfumature diverse , e ciascuno conferisce a questa significati propri, producendo disorientamento nella nazione e soprattutto nei giovani. La domanda che questa giovane si pone, è come trovarsi uniti sotto ad un tricolore, senza dover per forza ricorrere al passato e guardando al caos del presente? Non è semplice rispondere, per quanto mi riguarda sono amareggiata da come l’eredità storica venga facilmente svilita e non difesa con orgoglio. La bandiera per un paese rappresenta lo Stato, il Tricolore rappresenta l’Italia e gli Italiani, non solo il politico di turno che viene invitato alle celebrazioni. Non è richiesto di condividere le idee di chi presenzia, che sia presidente della Camera o del Senato o un qualsiasi uomo politico. Non si è tenuti nemmeno a condividere i valori che un vicesindaco sostiene in riferimento al suo partito più che alla Città del Tricolore che proprio dalla bandiera trae il suo riconoscimento. Credo ci siano esempi che le istituzioni, in primo luogo, sono tenute a dare alle giovani generazioni. Non importa la presenza sul palco d’onore quanto piuttosto la coerenza e la consapevolezza di ciò che si rappresenta. Nient’altro, in un giorno dedicato invece al ricordo di chi in passato ed ancora oggi è modello di dedizione alla causa comune e al bene del paese. Penso ai giovani dei Fogli Tricolore, ricordati grazie al Comitato Primo Tricolore, penso ai rappresentanti dell’Arma che sfilano ogni anno nella piazza e a quei giovani soldati in mimetica che sostavano a fianco dei loro carri davanti al teatro Ariosto, sicuramente ignorati dai riflettori e dalle telecamere che seguivano il corteo. Sono loro che rimangono nel mio ricordo di questo 7 gennaio 2010, ragazzi che ci onorano per il servizio alla patria quando ci soccorrono nelle emergenze nazionali, dai terremoti alla spazzatura per intenderci, e che onoriamo doverosamente solo quando, vittime di spedizioni di guerra o di pace, ritornano nel nostro e loro paese avvolti nel drappo bianco, rosso e verde. Mi ha commosso la loro presenza semplice e silenziosa a rimarcare esibizionismi fuori luogo. Mi sono congratulata con uno di questi giovani soldati, nella fierezza del suo sorriso ho ritrovato il valore della festa e l’esempio più alto che le persone nella loro concretezza rendono ancora oggi alla Nazione e alla Bandiera.
 
 
Daniela Anna Simonazzi  
SOCIETA'
A vent'anni dalla caduta del muro ( Il Resto del Carlino - Reggio 10.11.09)
22 novembre 2009

Nel ventennale della caduta del muro di Berlino, la Cancelliera Merkel ha giustamente dichiarato che le celebrazioni non dovrebbero essere soltanto tedesche. Eppure, se si guarda il calendario degli eventi nel nostro paese, salvo qualche eccezione, si ha la percezione di una ricorrenza poco condivisa. Qualche timida iniziativa, fa sorgere il dubbio che in realtà non ci sia corrispondenza tra il crollo materiale di un simbolo e le barriere ideologiche e culturali che ancora resistono. Perché non  raccontare la storia in modo chiaro, senza eludere che si trattò del simbolo di un totalitarismo che privò l’uomo del diritto fondamentale: la libertà? Il crollo del muro, offensivo per Berlino e per l’umanità, confermò il fallimento di un sistema che anche i più nostalgici ora dovrebbero riconoscere. L’intervento meno ambiguo su questo passaggio storico, rimane il discorso di J.F.Kennedy: “Ci sono molte persone al mondo che non capiscono o dicono di non capire, quale sia la differenza tra il mondo libero e il mondo comunista . Che vengano a Berlino…” Solo chi ha un forte senso della democrazia non ha timore della verità.“ Gestire uomini liberi è un bel grattacapo” è stato l’augurio che Obama ha ricevuto da un caro amico alla conferma della sua elezione. L’ espressione è emblematica di un paese che non ha mai dovuto costruire muri per impedire a qualcuno di uscire, pur riconoscendo che la libertà comporta molte difficoltà. La percezione che i berlinesi hanno avuto di questa semplice e sostanziale differenza, ha reso possibile la riunificazione tra est ed ovest ed ha trasformato la città simbolo dell’Europa dilaniata di quest’ultimo mezzo secolo, in una speranza per il mondo. A distanza di vent’anni, basta con gli equivoci, occorre onestà per spiegare ai giovani cosa rappresentò il “muro”per l’Europa e doveroso raccontare le storie di tanti loro coetanei che si spesero con la propria vita: dai ragazzi di piazza Tienamen a Jan Palach . Non so se negli altri paesi europei il messaggio di questo evento sia più nitido, qui le idee sono spesso confuse. Un comunicato stampa del 2006, in merito alla proposta (respinta) di ricordare la data del 9 novembre, cita le seguenti motivazioni di alcuni consiglieri provinciali: “si sarebbe gettato fango sui comunisti…, si dovrebbe parlare del muro di Israele e di tutti i muri…, significherebbe dividere l’Europa in due blocchi… ecc”. Nella nostra città pare sia sufficiente mantenere vivo il ricordo della Liberazione, eppure senza questa ulteriore conquista l’Europa non sarebbe quella che è oggi, certo non perfetta, ma una realtà libera e democratica. Dalle istituzioni reggiane il primo impegno concreto è quello di dedicare una piazza o una via ai Caduti del Muro, è il passo più semplice: consegnare il ricordo delle vittime a diligenti commissioni di esperti in toponomastica. La ricorrenza odierna, può mettere in evidenza anche particolari coincidenze, come accade ad Albinea, gemellata con un quartiere di Berlino e in possesso di un frammento del muro collocato nel giardino della scuola. A pochi passi, un cippo ricorda una vittima di quella stessa fallimentare ideologia. Anche in questo caso il processo di riconoscimento della storia è stato lungo e faticoso ma soprattutto necessario, per poter dire oggi con fierezza: “Ich bin ein Berliner”.



Anna Vittoria Z. - Ombre




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SOCIETA'
Dal bipolarismo alla nuova informazione (...) ( Il Giornale di Reggio 11.10.09)
11 ottobre 2009

Un famoso detto cipriota racconta di un vecchio saggio che esortava ad amare il proprio paese. Un giorno, un giovane gli chiese: “ Il mio paese è diviso in due, quale parte devo amare?”. I nostri giovani invece quale paese si troveranno tra le mani, se non si colmerà il solco creato da una cattiva politica? La percezione è che, crollato il muro delle ideologie (col relativo disorientamento), si sia innalzato il muro dell’incomprensione. Il sistema bipolare, applicato prematuramente ad un paese come il nostro, si sta rivelando uno strumento pericoloso nelle mani di uomini ancora troppo legati al passato, incapaci di confrontarsi in un dibattito civile, come accade in altre democrazie. In una situazione nella quale il paese rischia di perdere la sua credibilità, sembra inutile richiamare al rigore chi ha ruoli istituzionali, o smuovere una classe dirigente sempre più distratta o concentrata su se stessa . Nonostante ciò, il bombardamento mediatico fa sì che si guardi a questi leaders temporanei come a moderne divinità, a prescindere dai valori etici e morali.  L’altro ieri, l’aula del Senato, era quasi deserta, si parlava del disastro nel messinese. Raro, anzi impossibile, vedere la poltrona di un politico vuota in qualche trasmissione televisiva. Nell’attuale situazione sarebbe opportuno abbassare i toni della polemica per concentrarsi, con un po’di buonsenso, sui problemi di un paese devastato dalla crisi, dalla cattiva gestione del territorio e da altre questioni. Bisogna sciogliere quei nodi che contribuiscono a paralizzare il paese, come l’influenza sempre più marcata tra un organo di potere e l’altro: politica-stampa, politica-magistratura, politica-scuola, politica-sanità, politica-televisione, politica-Fondazioni…, la politica incide pesantemente in ogni contesto. È evidente l’uso strumentale che si sta facendo, ad esempio, in merito alla libertà di stampa. Nel nostro paese i giornalisti che vivono sotto scorta sono quelli che parlano di mafia e non di gossip politico. Le manifestazioni di parte non servono, a meno che, per libertà di stampa, si intenda la salvaguardia di quella parte di esponenti di partito più attivi in campo editoriale che parlamentare. Anzi, l’iniziativa ha messo l’Italia sotto i riflettori europei, rafforzando così l’immagine negativa del nostro paese all’estero. Un contributo alla tematica, si è avuto invece al festival di giornalismo, che ha richiamato esponenti dell’informazione da tante parti del mondo nella città di Ferrara. Tanti giovani, senza bandiere, in fila per ascoltare le testimonianze di giornalisti e scrittori, rassicurano sul futuro del nostro paese. Questa terza edizione, dedicata ad Anna Politkovskaja, uccisa tre anni fa per le sue inchieste sulla Cecenia, la dice lunga sul valore della libertà. Certo sono esempi rari, rispetto ai cattivi maestri della stampa nazionale a servizio della politica o degli editori, piuttosto che della buona informazione. Anche nella storia dei giornalisti reggiani è impressa un’icona. Purtroppo il suo servizio alla verità rimane quello di un eroe “solitario”. Nel dopoguerra pagò con la vita per le sue inchieste su uccisioni di  uomini non allineati politicamente. La figura luminosa di questo giovane, ancora oggi, per alcuni può risultare scomoda. Dopo diverse proposte, sostenute anche da questo giornale, mai nulla è stato fatto affinchè rimanga un segno visibile del suo impegno. Il periodico indipendente “La Nuova Penna” da lui creato insieme ad altri coraggiosi, uscì per venticinque pubblicazioni, da undici diverse tipografie, sistematicamente sabotate. Eppure quando riusciva a vedere la luce e a non essere bruciato sulla piazza, superava i confini nazionali. Ora, l’edizione anastatica, dopo essere passata da un editore all’altro, da molto tempo è in attesa di pubblicazione. “Libertà va cercando…”
 


 

Niki de Saint Phalle  - Nana

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